“Samarcanda è la meraviglia della terra, ma Bukhara è la meraviglia dello spirito”.
(Proverbio uzbeko)
Una notte a Bukhara, storia a Tashkent
La notte del 26 ottobre 2024, verso l’una, mentre dormivo profondamente nell’accogliente stanza del Minzifa Hotel, a Bukhara, la storia mi passava ancora una volta accanto.
A Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, due persone tentavano — senza successo — di uccidere Komil Allamjonov, uno dei politici riformisti più importanti del Paese.
Non sarà stata la caduta del Muro di Berlino, ma per l’Uzbekistan si è trattato certamente di un momento storicamente significativo. Per me, invece, è stato un episodio curioso, di cui sono venuto a conoscenza soltanto dopo avere lasciato il Paese, e che mi piace raccontare, almeno per accennarlo.
Intrighi politici e destini fragili
Il tentato omicidio, di cui ho saputo grazie al podcast “Altri Orienti” (episodio 107 – “Il complotto uzbeko”), parla di intrecci politici, connessioni internazionali, servizi segreti e tutto ciò che può affascinare chi ama i retroscena e la dietrologia.
Ma al di là delle teorie del complotto, l’attentato racconta un Paese che vive le sue passioni politiche senza troppi scrupoli, attraversando ancora una fase di transizione nel lungo periodo post-sovietico: un equilibrio instabile tra una certa staticità e un programma di modernizzazione, tra alleanze internazionali che, inevitabilmente, ne condizioneranno il futuro — un futuro che potrebbe guardare verso l’Europa.
Camminando lungo la Via della Seta
Io, intanto, a soli 570 chilometri da quel “fattaccio”, me la dormivo alla grande, in una stanza calda che mi proteggeva da un freddo a cui non sono affatto abituato.
Dormivo il sonno dei giusti, il sonno del viaggiatore che ha camminato in lungo e in largo, a piedi, in quella città che un tempo fu calpestata dagli zoccoli dei cavalli di Gengis Khan — che ne fu il distruttore — e da quelli di Tamerlano, che invece contribuì a far rinascere il Paese, soprattutto dal punto di vista culturale.
Calpestata, soprattutto, dagli zoccoli dei cammelli e dalle impronte di mercanti e viaggiatori che, trasportando merci tra la Cina e l’Occidente, tracciarono le vie della leggendaria “Via della Seta”.
E quale destinazione migliore per chi ama viaggiare, dell’Uzbekistan — che sia Bukhara o Samarcanda — per assaporare davvero il gusto del viaggio?
Dove, se non lungo la Via della Seta, ci si può sentire parte di quella comunità ideale di donne e uomini che hanno attraversato i confini del tempo, affrontando terre sconosciute, deserti insidiosi, passi montani e predoni, per raggiungere una meta? Poco importa se per amore della scoperta o del profitto: si tratta comunque di un movimento antico, eroico, profondamente umano.
Respirando l’anima del viaggio
Eh già… passeggiando per le vie della parte vecchia di Bukhara, tra quelle case antiche, quasi diroccate, con le grondaie che riversano l’acqua piovana direttamente nel mezzo della strada, che l’UNESCO (o chi per lei) cerca di restaurare, tra le tonalità sabbia di edifici costruiti con mattoni di fango e paglia, tra l’odore del pane locale appeso alle porte, che al mattino si diffonde per le strade come profumo di vita — lì si respira davvero l’essenza del viaggio.
Quasi ti aspetti di vedere arrivare da Est una carovana di cammelli, di sentire nell’aria il profumo delle spezie, e il vociare concitato delle contrattazioni tra mercanti.
Mercanti e Souvenir
In realtà, i mercanti ci sono eccome. Vendono spezie, certo, ma soprattutto souvenir per le nuove carovane di turisti che cominciano ad attraversare il Paese.
Le bancarelle spuntano ovunque, anche nei cortili interni delle madrase — le scuole coraniche dalle facciate imponenti — e qualche reminiscenza di catechismo fa sorgere spontaneo un dubbio: come mai nessun profeta ha mai pensato di cacciare i mercanti dal tempio?

Turismo a Bukhara Uzbekistan
Dicevamo: i mercanti ci sono, e vendono i tipici colbacchi uzbeki, sciarpe di seta e di cotone — di cui l’Uzbekistan è uno dei maggiori produttori mondiali — e le rinomate pellicce di astrakan, tanto pregiate quanto cruente, al punto che se la gente sapesse davvero quanto sangue costano, probabilmente non solo non le comprerebbe, ma eviterebbe persino di avvicinarsi alle bancarelle che le espongono.
Vendono dipinti — di cui sono letteralmente ghiotto — libri, ceramiche con cammelli e carovane, e naturalmente i moderni magneti da frigo, amatissimi dal turista medio.
È piacevole curiosare tra oggetti e cianfrusaglie, bighellonare da un negozietto all’altro, accompagnati dalla presenza discreta del venditore, che non ti assilla.
Certo, però: appena compri anche solo uno spillo, viene fuori tutta la loro abilità, e finisci per uscire dal negozio carico di oggetti inutili che — facendo di necessità virtù — ti convinci siano proprio i ricordini perfetti da portare al tuo staff… o alla tua vecchia vicina di casa sempre cosi’ gentile.
Del resto, siamo pur sempre in una città di commerci, no?
Dai mercati ai monumenti
E proprio mentre ti lasci alle spalle il brusio sommesso delle bancarelle, il profumo dolciastro delle spezie e il tintinnio discreto dei souvenir, è lì che Bukhara si svela nella sua veste più solenne. Come un sipario che si apre lentamente, le strade si allargano e lasciano spazio a visioni di cupole azzurre, minareti slanciati e portali istoriati che sembrano usciti da un sogno antico.
È il momento in cui il chiacchiericcio del mercato si spegne alle spalle, e si entra nel regno della storia vera, quella incisa nella pietra e nelle maioliche. Ogni passo ti porta più vicino a un mondo che ha visto califfi, emiri, poeti, invasori e sapienti passare sotto le stesse arcate, sedersi negli stessi cortili, pregare negli stessi silenzi.
Ed è allora che Bukhara mostra il suo volto più affascinante: quello dei suoi monumenti che, se già di giorno attirano l’occhio con la loro maestosità, al calar del sole si trasformano in custodi di un tempo sospeso, dove ogni mattone, ogni mosaico, ogni arco racconta la sua storia millenaria.
Guardiani del Tempo al Tramonto
La luce dorata del tramonto accarezza le cupole delle madrase, tingendole di riflessi cobalto e turchese che sembrano accendersi dal dentro. I minareti, alti e severi come sentinelle del sapere, proiettano ombre lunghe sui selciati antichi, mentre una fredda brezza porta con sé frammenti di calligrafie sacre e il profumo dell’incenso bruciato nei suk.
È in questi momenti che Bukhara non è più solo una città: diventa un sogno a occhi aperti, un labirinto di emozioni dove passato e presente si intrecciano senza soluzione di continuità. Il Lyabi-Hauz, con la sua vasca specchiante circondata da platani secolari, accoglie i visitatori come un’oasi di pace in mezzo al fluire del tempo. Le madrase di Ulugh Beg e Abdulaziz Khan, fronteggiate come guardiani di una conoscenza perduta, sussurrano di studenti che apprendevano l’astronomia quando l’Europa era ancora nel Medioevo.
E poi c’è la Po-i-Kalyan, la “Grande Piazza”, dominata dal minareto Kalyan, costruito nel XII secolo e sopravvissuto alla furia di Gengis Khan, che – si dice – lo risparmiò perché “troppo bello per essere distrutto”. È qui che senti veramente il respiro della storia: un luogo dove ogni pietra è stata testimone di conquiste, preghiere, mercati, rivoluzioni.
Ascoltare la Città
Bukhara non si visita soltanto con gli occhi:
si ascolta nel silenzio tra un passo e l’altro,
si sente nell’aria che sa di spezie e antichità,
si vive nel battito del cuore che accelera quando, voltando un angolo, ti trovi di fronte a una cupola che sembra dipinta dal cielo.
È una città che non grida.
Sussurra.
Ma se sai ascoltare, ti rivela tutto.
Foto di Guglielmo Zanchi (Pluto)























