A Hue, sotto un cielo terso e luminoso mi sono trovato davanti a una vecchia auto azzurra, ferma in uno spazio coperto all’interno del tempio Từ Đàm. Non era abbandonata né nascosta. Era lì, ben visibile, protetta dal sole e dalla pioggia come un oggetto prezioso custodito con cura, in un ambiente che ricordava un piccolo garage.
La targa, DBA 599, non so a cosa faccia riferimento con esattezza ma, molto probabilmente, era una targa del regime del Vietnam del Sud, usata prima del 1975, appariva ben visibile, così come la targa esplicativa posta accanto che recitava in vietnamita e in inglese:
«Una reliquia.
Con questa automobile il Venerabilissimo Thích Quảng Đức si recò dalla pagoda Ấn Quang all’incrocio tra via Phan Đình Phùng e via Lê Văn Duyệt l’11 giugno 1963 a Saigon. Appena sceso dall’auto, il Venerabilissimo si sedette nella posizione del loto e si diede fuoco, morendo per protestare contro le politiche del regime di Ngô Đình Diệm, che discriminavano i buddisti e violavano la libertà religiosa.»
Nessun commento ulteriore. Solo quelle parole sufficienti a risvegliare in me la curiosità e il bisogno di capire chi fosse davvero Thích Quảng Đức e cosa avesse significato quel tragitto da una pagoda di Saigon fino al luogo di un ultimo appuntamento con la vita, su quella macchina azzurra che correva senza esitazioni verso un fuoco destinato ad accendere la coscienza del mondo. L’ho notata perché non c’entrava nulla con il resto: nessun altro veicolo, nessun segno di modernità. Solo quella vecchia “Austin”, ferma nel tempo.
L’auto non apparteneva a Thích Quảng Đức: gli era stata prestata da un laico buddista per quello spostamento così drammatico e dopo il 1963 fu portata a Huế, città simbolo della repressione religiosa, e conservata come una reliquia. Un monaco anziano, vedendomi fissare la macchina, si è avvicinato in silenzio. Con un filo di voce, in un inglese approssimativo, mi ha detto:
“Questa auto fu usata quel giorno. Non partì da qui, ma da Saigon. Fu con questa che Thích Quảng Đức arrivò all’incrocio… e si sedette nel fuoco.”
Non ha aggiunto altro. Non ce n’era bisogno. In quel momento capii che non stavo osservando soltanto un veicolo d’epoca. Stavo guardando il mezzo che aveva condotto un uomo da un tempio a un crocevia, e da lì all’immortalità.
E decisi di ripercorrere quel percorso.
L’incrocio che non dimentica
A Ho Chi Minh City, l’incrocio tra Nguyễn Đình Chiểu e Cách Mạng Tháng Tám (ex Phan Đình Phùng e Lê Văn Duyệt) è trafficato, rumoroso, pieno di motorini e macchine. Sull’angolo sud-est dell’incrocio tra Nguyễn Đình Chiểu e Cách Mạng Tháng Tám oggi sorge un monumento in pietra dedicato a Thích Quảng Đức. Non è un tempio, né un edificio monumentale, ma una struttura semplice e curata.
Sulla facciata, un bassorilievo bianco lo ritrae in posizione meditativa, sereno, circondato da foglie rigogliose. Davanti un bruciatore d’incenso riccamente decorato.
Il monumento è racchiuso tra due cancelli gialli e rossi, con motivi tradizionali asiatici, come quelli dei templi, sormontate da due lanterne bianche. Davanti, fiori freschi, bastoncini d’incenso accesi, offerte di frutta.
Attraversando la strada, lungo il marciapiede, si incontra un secondo monumento, apparentemente in bronzo, più essenziale. Al centro, una figura raffigura il monaco avvolto dalle fiamme, seduto in posizione del loto, immobile. Alla base una scritta incisa, nitida, in caratteri vietnamiti
Thích Quảng Đức
1897 – 1963
Bồ tát è una parola vietnamita che significa “bodhisattva”, cioe’ “colui che pur avendo raggiunto il Nirvana, l’illuminazione, sceglie di reincarnarsi nuovamente nel mondo non per sé, ma per compassione, per aiutare gli altri a trovare la via.”
In quel titolo, in quel nome e in quelle date c’è tutto: una vita, un gesto, una verità che nessun regime è riuscito a spegnere. Alle spalle del monumento c’e’ un bassorilievo che richiama il cammino del monaco verso il sacrificio. Ho camminato lentamente lungo il monumento. Poi mi sono seduto su una panchina lì vicino. Il silenzio sembrava quasi coprire i rumori. Un uomo accendeva incenso. Una donna lasciava un mazzo di fiori bianchi ai piedi della statua del Buddha. Il traffico scorreva, ma in quel punto, il tempo sembrava piegarsi.
Il fotografo che non voleva scattare
Ci fu un testimone. Un uomo con una macchina fotografica. Malcolm Browne, fotografo dell’Associated Press, che ricevette una telefonata anonima la sera prima:
“Domani, a mezzogiorno, un monaco si brucerà vivo per protesta.”
Si presentò sul posto con un collega e, quando le fiamme avvolsero Thích Quảng Đức, Browne scattò undici fotogrammi. La prima immagine fu pubblicata in tutto il mondo. Vinse il Pulitzer Prize nel 1964 ma, per tutta la vita, Browne disse:
“È la foto che avrei voluto non aver mai fatto. Ma se non l’avessi scattata, nessuno avrebbe creduto.”
La fotografia non mostra solo un corpo in fiamme. Mostra l’ormai famosa Austin ferma in mezzo alla strada col cofano aperto ed una folla di monaci che guarda immobile e attonita. Mostra il peso del silenzio. E mostra, soprattutto, che a volte, la verità ha bisogno di un testimone.
Il cuore che non si è sciolto
Mi sono recato poi al tempio Xá Lợi, nel cuore di Ho Chi Minh City, dove è conservata una reliquia. Secondo la tradizione, dopo la cremazione, tra le ceneri fu trovato un oggetto rotondo, intatto: ciò che molti riconobbero come il cuore del monaco. Nel buddismo vietnamita, un cuore che resiste al fuoco è simbolo di từ tâm bất diệt — il cuore di compassione che non muore. Oggi il cuore è custodito in una stanza interna del tempio Xá Lợi, accessibile a chiunque desideri vederlo.
“Il cuore di Thích Quảng Đức… posso vederlo?”
Un monaco mi ha guardato a lungo, poi ha scosso leggermente la testa.
“Non oggi. È conservato qui, ma non è esposto ogni giorno. È un oggetto sacro.”
Non ho insistito. Non era il momento. Ma ho capito. È un segno interiore, più che un oggetto da mostrare. Ma il fatto che esista, che sia protetto, che si parli di lui con voce bassa… dice tutto.
Cosa significava, davvero, quel gesto?
Thích Quảng Đức non era un rivoluzionario. Non voleva distruggere. Voleva risvegliare. Il suo atto non fu un suicidio, né un atto di odio. Fu un bài hương cúng dường — un’offerta di fuoco — praticata raramente nel buddismo mahāyāna, ispirata al Bodhisattva che sacrifica il corpo per il bene degli altri.
Lo fece non per attirare l’attenzione, ma perché l’attenzione era stata negata. Per mesi, i buddisti erano stati umiliati: bandiere vietate, templi chiusi, arresti arbitrari. Il governo di Ngô Đình Diệm, cattolico, governava una nazione a maggioranza buddista come se fosse una diocesi. Una sua lettera, scritta prima di compiere il suo destino, finisce così:
“Prima di chiudere gli occhi e andare verso la visione del Buddha, imploro rispettosamente il presidente di avere una mente di compassione verso il popolo e di garantire l’uguaglianza religiosa, per il bene eterno della patria.”
Il viaggio continua
Oggi, il regime di Diệm è storia. Il Vietnam è un Paese diverso. Ma il monumento a Saigon, l’auto a Hue, l’urna conservata nel tempio Xá Lợ, sono segni importanti che suggeriscono che la memoria non si estingue col fuoco. E mentre lasciavo Chùa Quán Thế Âm, con il traffico che riprendeva il suo ritmo, ho pensato a una cosa: A volte, per far sentire una voce, bisogna diventare silenzio.
Informazioni pratiche per i visitatori
- Tempio Từ Đàm (Huế):
- Indirizzo: 29 Phan Đình Phùng, TP. Huế
- Orari: 5:00–18:00
- Auto di Thích Quảng Đức: visibile nel chiostro laterale (non sempre accessibile)
- Abbigliamento: coprire spalle e ginocchia
- Chùa Quán Thế Âm (Ho Chi Minh City):
- Indirizzo: Angolo Nguyễn Đình Chiểu e Cách Mạng Tháng Tám, Distretto 3
- Monumento: accessibile 24/7
- Abbigliamento: rispettoso; rimuovere le scarpe all’interno
- Tempio Xá Lợi (Ho Chi Minh City):
- Indirizzo: 89 Bà Huyện Thanh Quy, Distretto 3
- Il cuore non è esposto al pubblico in modo permanente
- Visitare con discrezione; chiedere sempre il permesso ai monaci
- Miglior periodo per visitare:
- Da gennaio a marzo: clima più fresco, meno umidità
- Evitare maggio, anniversario del Vesak, quando il traffico e la folla sono intensi
Photos by Guglielmo Zanchi (Pluto)

