Ulu Temburong: il cuore verde del Brunei

Ulu Temburong: il cuore verde del Brunei

Il Brunei non è un Paese che si mostra subito. Lo capisci mentre attraversi il lungo ponte Sultan Haji Omar Ali Saifuddien, una striscia d’asfalto sospesa tra mangrovie e cielo, che collega la parte principale del Paese all’enclave di Temburong, isolata all’interno del territorio malese. È un viaggio di un’ora in minivan, silenzioso, quasi rituale. Fuori dal finestrino, la giungla scorre come un muro fitto e impenetrabile. Dentro, Margelyn — detta Margy — parla piano, con accento filippino e quel sorriso dolce e tranquillo di chi è in pace con se stesso. Conosce bene il percorso. Accanto a lei, l’autista guida con attenzione. Sembrano un team familiare, e forse lo sono: gestiscono questo tour da anni, portando pochi visitatori al giorno nel cuore del Parco Nazionale di Ulu Temburong, uno dei luoghi più intatti del Sud-Est asiatico.

Ulu Temburong è spesso chiamato “il polmone verde del Borneo”. Copre circa il 40% dell’area di Temburong ed è protetto sin dagli anni ’90. Il governo bruneiano ha deciso di preservarlo con rigore: niente strade asfaltate, niente sviluppo industriale, nessuna estrazione. Solo ricerca scientifica, turismo controllato e rispetto. Qui vivono oltre 150 specie di mammiferi, 300 di uccelli e migliaia di piante, alcune ancora non catalogate. Ma non serve sapere tutto questo per sentirsi piccoli. Basta mettere piede nella foresta pluviale.

Questa scelta di tutela non è solo nazionale, ma parte di un impegno più ampio. Nel 2007, Brunei, Malesia e Indonesia hanno sottoscritto un accordo storico noto come Heart of Borneo (“Cuore del Borneo”), promosso anche da organizzazioni internazionali come il WWF. L’obiettivo è proteggere una delle più grandi foreste tropicali rimaste al mondo, estesa su oltre 220.000 chilometri quadrati, attraverso la cooperazione transfrontaliera nella gestione delle aree protette, il contrasto al disboscamento illegale e lo sviluppo di pratiche sostenibili per le comunità locali.
Ulu Temburong è uno dei tasselli fondamentali di questo progetto: un esempio concreto di come un piccolo Stato possa giocare un ruolo significativo nella salvaguardia del patrimonio naturale globale. La giungla, qui, non è solo un luogo da visitare, ma un sistema vivo che respira grazie a una scelta politica precisa: quella di mettere la natura al centro, invece che ai margini.

Il nostro punto di partenza è un approdo sul fiume Tutong. Una barca di legno con motore fuoribordo ci attende. A bordo c’è Mira, diciannove anni appena, guida locale dal passo leggero e dallo sguardo sicuro, in cui brilla una calma paziente. È evidente che non è la sua prima volta con i turisti: la disinvoltura con cui si muove, il sorriso spontaneo e la naturalezza dei gesti raccontano quanto ami questo lavoro. Il suo entusiasmo ha la freschezza della giovinezza, ma la solidità di chi sa già esattamente cosa fare.

La barca ci porta verso un campo base, una struttura semplice con tavoli all’aperto e cucina coperta. È il Sumbiling Eco Village, un piccolo insediamento gestito in armonia con la foresta, dove le capanne di legno e paglia si integrano nel paesaggio senza forzature. Non è certo un villaggio turistico, ma un punto d’appoggio funzionale, creato per accogliere i visitatori nel rispetto dell’ambiente circostante.
Qui si mangia all’aperto, seduti su panche di legno, mentre il rumore del fiume fa da sottofondo. L’atmosfera è sobria, autentica e priva di eccessi: un ritorno all’essenziale, dove ogni dettaglio sembra invitarti a vivere in armonia con la natura.

Mangiamo qualcosa di rapido, senza troppe domande. L’importante è proseguire. Ripartiamo subito dopo, sempre in barca, per un tratto più stretto del fiume, fra sassi sporgenti e piccole rapide che il nostro barcaiolo affronta con perizia.
La barca rallenta e scivola verso una delle sponde, tocca terra e noi ci prepariamo a scendere, uno alla volta, con quella sottile esitazione che nasce dall’instabilità sotto i piedi. È in quel momento, con il fiume alle spalle e la foresta davanti, che ci troviamo di fronte a una scalinata irregolare, come un ingresso di pietra che invita a intraprendere il cammino del nostro trekking.

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Il primo ostacolo è un ponte sospeso, fatto di assi di legno e corde. Oscilla appena, e per chi soffre di vertigini come me è già una prova. Ma si attraversa lentamente, un passo alla volta. Dall’altra parte, la foresta riprende il suo dominio. Gli alberi sono altissimi, alcuni superano i sessanta metri. Le liane pendono come tende, le foglie larghe fanno ombra anche a mezzogiorno. L’aria è umida, densa, ma pulita. Non c’è odore di decomposizione, solo terra bagnata, resina, vita.

Mira ci spiega i nomi delle piante: il dahan, usato per costruire canoe; il nipah, palma dalle foglie larghe che i villaggi impiegano per i tetti; la rattan, una liana resistente utilizzata per l’artigianato. Parla anche degli animali: il colugo, un mammifero volante simile a un pipistrello; il pappagallo testarossa del Borneo; il gibbone, che si sente gridare all’alba. Ma oggi non ne vediamo.
La giungla sa mantenere i suoi segreti.

Decido di fermarmi a una tettoia in legno, un punto di riposo con due panche di pietra, dove la pace è interrotta solo dal rumore degli insetti e da un leggero vento tra le foglie. Alice e Mira, invece, proseguono fino ad arrivare a una torre metallica, solida e ben costruita, dove si arrampicheranno per raggiungere il canopy walkway — un ponte sospeso a trenta metri dal suolo, che corre tra le cime degli alberi. Mi racconteranno che da lassù si vede la foresta come un mare verde, infinito.
Io resto in basso, contento di ascoltare la musica della foresta, di respirare quell’aria che sa di foglie umide e di sentirmi, grazie alle mie vertigini, parte di una natura antica.

Sulla via del ritorno, l’imbarcazione si ferma su una sponda fangosa del fiume Tutong, da dove parte un ruscello che si addentra nella foresta. Procediamo con i piedi a mollo, tra radici e sassi affioranti, mentre foglie larghe sfiorano le spalle. L’aria si fa più fresca, il rumore del fiume principale svanisce, sostituito dal gorgoglio dell’acqua che scorre tra le rocce.
Dopo pochi minuti arriviamo a una piccola cascata, nascosta tra la vegetazione fitta, che nella caduta forma una pozza circolare racchiusa da pietre lisce e muschio. È un luogo intimo, quasi segreto.

È quella che chiamano “la spa della giungla”: minuscoli pesci, attratti dalle cellule morte della pelle, nuotano verso i nostri piedi immersi nell’acqua fresca. Il solletico è intenso, ai limiti del fastidioso, ma riesce a strapparci un sorriso. È un momento leggero, giocoso, che può sembrare in contrasto con la solennità della foresta. Eppure fa parte dello stesso equilibrio: natura che nutre, cura, coinvolge.

Torniamo al campo base, beviamo un caffè, poi riprendiamo la barca fino al punto di partenza. Margy ci aspetta col minivan. Nessuno dice molto. Siamo stanchi, ma soddisfatti. Abbiamo camminato poco più di tre ore, ma abbiamo attraversato mondi.
Ulu Temburong non è un’avventura estrema. È un’immersione. Un posto dove il tempo rallenta, dove il rumore del mondo si smorza, dove puoi sentire il battito della terra sotto gli alberi. Non ha bisogno di urlare la sua bellezza. Si limita a esistere. E questo, in un’epoca di eccessi, è già un miracolo.

Mentre il ponte Sultan Haji Omar Ali Saifuddien sfreccia, questa volta in senso inverso, sotto di noi, l’autista — quasi volesse spezzare il tedio del trasferimento — mi chiede:
«Mr. Zanchi, cosa pensa del Brunei?»
«Il Brunei mi fa pensare a Cenerentola», rispondo…
Ma questo ve lo racconterò nel prossimo capitolo.

Foto di Guglielmo Zanchi (Pluto)

Se vi interessano i viaggi nella nature in Brunei, visitate https://www.bruneitourism.com/ 

Qui troverete il video di FantasiaAsia in lingua italiana: https://youtu.be/VVQYIPWxky4?si=Zu696BGGZhvztIEP

 

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About the author

Pluto, alias Guglielmo Zanchi, was born in Rome, Italy, on 19 December 1960. After obtaining a Degree in Political Science at the La Sapienza University and working six years at an accountant office, PLuto moved to Phuket, Thailand, in 1993. He had a short spell at a Gibbon Rehabilitation Center in the protected area of Bang Pae, then worked for 15 years for a local tour operator first in Phuket, and eventually in Krabi where he still lives since 2000. Pluto now works self employed in the tourist sector, managing to keep enough time free for his real passions: photography, travels and Vespa, at times merging the latter two. Pluto is one of asianitinerary.com photo reporters.

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