C’è un silenzio particolare nei santuari per orsi del Laos. Non è il vuoto, ma una quiete carica di presenza. È il respiro di un animale che si stiracchia al sole dopo anni di gabbia. È il rumore di zampe che toccano terra libera per la prima volta. È il fruscio di un albero scelto per un sonnellino, non perché è l’unico riparo, ma perché piace. Gli orsi neri asiatici — detti anche “orsi della luna” per la mezzaluna bianca sul petto — non sono creature rumorose. Ma quando li vedi camminare, arrampicarsi, annusare l’aria con aria sorniona, capisci che ogni gesto è un atto di libertà.

Un orso nero asiatico, o orso della luna, giace su una piattaforma di legno sotto una luce soffusa filtrata tra le foglie verdi.
Tutti sanno che il posto migliore per un orso è la foresta. Ma per molti di quelli che vivono oggi nel santuario di Luang Prabang, la foresta è un ricordo lontano, o forse un luogo mai visto. Sono stati strappati al loro habitat da bracconieri, venduti, imprigionati. Alcuni destinati a diventare “fattorie della bile”, tenuti in gabbie a forma di bara per anni, con tubi infilati nella cistifellea per estrarre il liquido usato nella medicina tradizionale. Altri ridotti a oggetti da esibire, o a “ballerini” costretti a danzare per strada, catene ai denti, zampe ustionate dal fuoco. Una vita che non è vita.
Fortunatamente, per alcuni di loro, quella storia è finita. Non grazie a un miracolo, ma a una donna di Perth, in Australia, che nel 1993 vide un documentario e decise di non voltare pagina. Si chiamava Mary Hutton. Quel filmato — orsi in gabbie metalliche, occhi spenti, corpi segnati — la colpì come una ferita. Il giorno dopo, con una petizione in mano, si mise davanti a un centro commerciale e chiese alle persone di firmare per “liberare gli orsi”. Da quel gesto semplice, ostinato, nacque Free the Bears.
All’inizio sembrava impossibile. Ma Mary non smise mai. Raccolse fondi, sensibilizzò, costruì santuari. Il primo in Cambogia, poi uno in Vietnam, e nel 2003 il centro di recupero di Luang Prabang, in Laos. Quando suo figlio Simon, che condivideva la sua missione, morì tragicamente nel 2005 mentre lavorava al santuario cambogiano, molti avrebbero mollato. Mary no. Disse che avrebbe continuato per lui. E lo fece.
Oggi, a ottant’anni, guida ancora l’organizzazione dal garage di casa, in Australia. E grazie a lei e a chi le è stato accanto, oltre 950 orsi sono stati salvati in tutta l’Asia. Non sono numeri vuoti: sono storie reali. Un orso che impara a correre. Un altro che si abitua al vento tra il pelo. Alcuni non torneranno mai in natura, ma hanno imparato di nuovo cosa significa essere orsi.
Il Laos, come molti Paesi del Sud-est asiatico, ha visto crollare le popolazioni di orsi selvatici a causa del bracconaggio, della deforestazione e del commercio illegale. Gli orsi sono protetti per legge, e il commercio internazionale di parti del corpo è illegale. Eppure, la domanda di zampe, artigli e soprattutto bile resiste. La bile d’orso è stata usata per secoli per curare disturbi epatici e biliari, ma oggi esistono alternative a base di erbe o sintetiche, efficaci e senza crudeltà. Eppure, in Cina si stima che oltre 10.000 orsi vivano ancora in allevamenti di bile. In Laos e Vietnam, il numero è sceso — meno di 100 in Laos, meno di 220 in Vietnam — ma ogni orso in gabbia è uno di troppo.
Free the Bears non paga mai per salvare un orso. Lo fanno per principio: pagare significherebbe alimentare il mercato. Invece, collaborano con le autorità locali che confiscano animali detenuti illegalmente e li consegnano ai santuari. È un lavoro lento, fatto di pazienza, burocrazia, notti insonni. Ma anche di vittorie silenziose: un orso liberato, un villaggio educato, un praticante di medicina tradizionale convinto a usare alternative.
Nel 2017, il santuario di Luang Prabang è diventato un rifugio anche per altre specie — gibboni, cervi, uccelli — ma gli orsi restano il cuore del luogo. Li vedi rotolarsi nell’erba, arrampicarsi su tronchi costruiti apposta, litigare per un frutto caduto. Sono goffi, a volte comici. Ma sono vivi. E ogni volta che uno di loro si sdraia all’ombra, con le zampe in aria come un bambino stanco, sembra dire: questo è abbastanza.
Visitare il santuario è un invito a guardare con attenzione. A non distogliere lo sguardo da ciò che è stato fatto, ma anche a riconoscere ciò che si può ancora cambiare. Perché dietro ogni orso salvato c’è una storia di sofferenza, ma anche una di speranza. E a volte, basta una persona — una donna con una petizione, un gesto piccolo e grande — per far muovere il mondo.
Informazioni pratiche per i visitatori
- Nome del santuario: Free the Bears – Centro di Recupero per Orsi di Luang Prabang
Dove si trova: Nei pressi di Luang Prabang, nel nord del Laos, all’interno di un’area boschiva protettaCome arrivare:
- In tuk-tuk o in bicicletta dal centro di Luang Prabang (circa 20–30 minuti)
- Tour organizzati disponibili tramite agenzie di viaggio locali
Orari di apertura:
Tutti i giorni, dalle 8:00 alle 17:00 (ultimo ingresso alle 16:30)Biglietto d’ingresso:
- Adulti stranieri: circa 20.000 LAK (circa 1,50 USD)
- Bambini e residenti locali: ingresso ridotto o gratuito
- I ricavi sostengono le cure agli animali, il personale e i programmi di conservazione
Cosa aspettarsi:
- Percorsi pedonali guidati attraverso recinti boschivi
- Piattaforme di osservazione per un’avvistamento sicuro
- Cartellonistica informativa (in inglese e laotiano)
- Nessun contatto diretto con gli animali (per la loro sicurezza e la vostra)
Miglior periodo per la visita:
- Mattina (dalle 8:00 alle 10:30), quando gli orsi sono più attivi
- Mesi più freschi (novembre–febbraio) per una passeggiata più piacevole
Cosa portare:
- Crema solare, cappello e repellente per insetti
- Acqua e scarpe comode per camminare
- Macchina fotografica (niente flash, per favore)
Regole ed educazione:
- Vietato dare da mangiare agli animali
- Niente rumori forti né movimenti bruschi
- Restare sempre sui sentieri segnalati
- Non toccare né cercare di interagire con gli animali
Come sostenere il progetto:
- Adotta un orso tramite il sito Free the Bears
- Dona materiali: consulta la loro lista dei desideri (cibo, medicine, oggetti per l’arricchimento ambientale)
- Segui e condividi il loro lavoro sui social media
Foto di Guglielmo Zanchi (Pluto)




