Le Gili del sud: le isole che il turismo non ha trovato

Le Gili del sud: le isole che il turismo non ha trovato

Al largo della costa sud-occidentale di Lombok, lontano dalle folle e dai rumori delle celebri Gili del nord, si nasconde un angolo di Indonesia che sembra essersi sottratto al trambusto del turismo di massa. Qui, il tempo scorre con una lentezza antica, scandito solo dal ritmo delle maree, dal soffio della brezza marina e dalla luce che cambia colore con le ore del giorno. Si tratta di un’area poco conosciuta ai più, ma ricca di autenticità: la costa di Sekotong, punto di partenza per un viaggio silenzioso verso tre minuscole isole di sabbia, corallo e vegetazione spontanea — Gili Nanggu, Gili Tangkong e Gili Kedis.

Raggiungerle non è un’operazione turistica standardizzata. Non ci sono traghetti veloci né moli affollati. Si parte da piccoli moli di legno, spesso improvvisati, a bordo delle perahu, le tradizionali imbarcazioni dei pescatori locali. Sono barche essenziali, costruite in legno, lunghe e strette, con bilancieri laterali che garantiscono stabilità anche nelle acque più mosse. Salire su una perahu significa abbandonare, almeno per qualche ora, la comodità delle infrastrutture moderne e affidarsi a un mezzo che vive in simbiosi con il mare. Il motore, spesso un semplice fuoribordo, emette un ronzio continuo e tranquillizzante, mentre la barca scivola sull’acqua cristallina, lasciando una scia leggera. È un’esperienza sensoriale: si sente il leggero dondolio della chiglia, si percepisce il profumo salmastro dell’oceano, si osserva il fondale che appare e scompare sotto la carena. Navigare tra queste isole non è solo un trasferimento fisico da un luogo all’altro, ma un modo per entrare in contatto diretto con l’ambiente, con la sua delicatezza e la sua forza silenziosa.

La prima a rivelarsi all’orizzonte è Gili Nanggu, la più estesa e strutturata delle tre. Già da lontano si distingue per la sua forma arrotondata e la vegetazione che la ricopre quasi interamente. Appena la perahu si avvicina alla riva, colpisce la trasparenza dell’acqua: in certi punti sembra quasi che non ci sia acqua, ma aria liquida. Non serve nemmeno tuffarsi per godere dello spettacolo del fondale marino; basta camminare lungo la battigia per vedere pesci colorati nuotare tra formazioni coralline ancora vitali e ben conservate. La spiaggia è ampia, di sabbia fine e bianca, ombreggiata da alberi di casuarina e da qualche palma. L’atmosfera è di una calma quasi irreale. Non ci sono negozi, non ci sono strade asfaltate, non ci sono altoparlanti o musica di sottofondo. Solo il fruscio delle foglie mosse dal vento, il richiamo occasionale di un uccello marino, il lieve sciabordio delle onde sulla riva.

Gili Nanggu offre anche alcuni piccoli bungalow in stile rustico, gestiti da famiglie locali, ma anche chi non vi pernotta può godere di questa isola come se fosse un parco naturale a cielo aperto. È un luogo ideale per chi cerca un’esperienza di immersione nella natura, senza rinunciare a un minimo di comodità, ma senza dover scendere a compromessi con l’autenticità. Nuotare qui è un piacere raro: l’acqua è calda, limpida e poco profonda, e la barriera corallina è raggiungibile a nuoto in pochi minuti. Spesso si incontrano tartarughe marine che nuotano placide tra i coralli, a testimoniare la salute dell’ecosistema.

Poco distante, quasi in punta di piedi, si trova Gili Tangkong. Se Nanggu è accogliente e generosa, Tangkong è riservata, quasi timida. È più piccola, più selvaggia, e spesso disabitata per gran parte della giornata. La vegetazione è fitta, arrivando quasi a lambire la spiaggia, e crea angoli di ombra profonda dove ci si può sedere in completa solitudine. Non ci sono strutture turistiche, non ci sono sentieri segnati. Solo sabbia, alberi, mare e silenzio. Camminare lungo il suo perimetro significa spesso essere gli unici esseri umani presenti per ore. Le impronte lasciate sulla sabbia sono le prime della giornata, e forse anche le ultime.

Questa isola non invita all’esplorazione subacquea quanto alla contemplazione. È il luogo ideale per chi desidera staccare completamente, per chi cerca una connessione intima con la natura, senza mediazioni. Il fondale qui è altrettanto limpido, ma più intimo, più raccolto. Il mare sembra racchiudere l’isola in un abbraccio protettivo, rendendola un rifugio perfetto per chi desidera ritrovare il proprio ritmo interiore. A differenza delle isole più frequentate, qui non c’è la pressione di dover “vedere” o “fare”. Basta essere presenti, e il luogo si rivela da solo.

Infine, a poche centinaia di metri di distanza, si erge Gili Kedis, un vero e proprio miraggio di sabbia. Definirla un’isola è quasi un eufemismo; è più corretto descriverla come un minuscolo banco di sabbia bianchissima, appena più grande di un campo da tennis, circondato da acque turchesi di un’intensità quasi surreale. Non ci sono alberi veri e propri, solo qualche cespuglio basso e qualche roccia levigata dalle onde. Il paesaggio è minimalista, essenziale, quasi astratto. Eppure, o forse proprio per questo, Gili Kedis esercita un fascino magnetico. È l’archetipo dell’isola deserta, il luogo che molti sognano ma pochi incontrano davvero.

La sua dimensione ridotta permette di percorrerla in pochi passi, ma è proprio questa piccolezza a renderla così potente. In piedi al centro di Gili Kedis, lo sguardo abbraccia l’intero orizzonte in un solo giro su se stessi. Non ci sono distrazioni, non ci sono elementi estranei. Solo mare, cielo e sabbia. È facile capire perché molti visitatori la descrivano come un’esperienza quasi meditativa. A seconda delle maree, Gili Kedis può apparire più o meno estesa: in alcuni momenti sembra quasi emergere dal nulla, in altri si fonde con il livello del mare. Questa fragilità è parte del suo carattere, un monito silenzioso sulla delicatezza degli equilibri naturali.

Insieme, queste tre isole raccontano una storia diversa dell’Indonesia, lontana dagli itinerari più battuti e dalle esperienze confezionate per il turismo di massa. Non sono luoghi da “consumare” in fretta, da fotografare e lasciarsi alle spalle. Sono spazi da ascoltare, da rispettare, da vivere con lentezza. Ognuna ha un carattere preciso: Nanggu, generosa e accogliente; Tangkong, intima e selvaggia; Kedis, essenziale e quasi metafisica. Eppure, condividono un’atmosfera comune: quella di un mondo ancora in equilibrio, dove la natura non è solo sfondo, ma protagonista assoluta.

Il viaggio tra loro, a bordo di una perahu, diventa allora un rito di passaggio. Ogni spostamento è un momento di riflessione, un’occasione per osservare il mare da un punto di vista diverso, per notare come le tonalità dell’acqua cambino a seconda della profondità, per vedere i pescatori locali al lavoro con i loro metodi tradizionali. Non c’è fretta, non c’è programma da rispettare. Il tempo qui si misura in respiri, non in ore.

Visitare le Gili del sud-ovest di Lombok non è solo un’escursione turistica, ma un invito a riscoprire il valore del silenzio, della luce naturale, della semplicità. In un’epoca in cui tutto sembra accelerare, queste piccole isole offrono uno spazio raro: quello della pausa, della contemplazione, del contatto autentico con l’ambiente. E forse, proprio per questo, restano impresse nella memoria molto più a lungo di tanti altri luoghi.

Photos by Guglielmo Zanchi (Pluto)

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About the author

Pluto, alias Guglielmo Zanchi, was born in Rome, Italy, on 19 December 1960. After obtaining a Degree in Political Science at the La Sapienza University and working six years at an accountant office, PLuto moved to Phuket, Thailand, in 1993. He had a short spell at a Gibbon Rehabilitation Center in the protected area of Bang Pae, then worked for 15 years for a local tour operator first in Phuket, and eventually in Krabi where he still lives since 2000. Pluto now works self employed in the tourist sector, managing to keep enough time free for his real passions: photography, travels and Vespa, at times merging the latter two. Pluto is one of asianitinerary.com photo reporters.

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