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	<title>Myanmar Archives - Asian Itinerary</title>
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	<description>Travel, Holiday, Adventure</description>
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		<title>HSIPAW &#8211; TREK ALLA CASCATA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2013 17:04:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Hsipaw]]></category>
		<category><![CDATA[Nazione Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/604002_10151294283396140_1535109118_n-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/604002_10151294283396140_1535109118_n-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/604002_10151294283396140_1535109118_n-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/604002_10151294283396140_1535109118_n-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Ci svegliamo presto e ci dirigiamo verso il mercato di Hsipaw per far colazione al negozietto che vende té nero e chapati con curry. C’è un sacco di gente locale per la strada, e ci informiamo a riguardo: risulta che Hsipaw ha una popolazione di 30,000 persone, altro che paese semi-deserto! Mentre ci rifocilliamo, discutiamo di come passare la giornata, decidendo infine di dedicarla alla natura con un trek alla cascata della quale ci hanno parlato. Camminiamo decisi verso le colline e arriviamo in prossimità della stazione dei treni di Hsipaw, dove attraversiamo i binari invasi da gente, mucche e bambini. Passiamo poi tra piccoli villaggi Shan dove la gente ci saluta sfoggiando espressioni gentili ed amichevoli; il sentiero che ci porta tra le risaie verso la cascata si fa sempre più piccolo, e la scena sempre più rurale. È abbastanza evidente che Hsipaw è un importante centro agricolo: ci sono risaie, piantagioni di cocomeri, di papaya, campi di carote e di cavolfiori. In prossimità di un trattore e di un cumulo di pannocchie, ci fermiamo a socializzare con una famiglia di contadini che riposano sotto una baracca di legno e bambù. Fumiamo un cheroot assieme ai capostipiti e facciamo foto ai loro due bimbi che ci osservano curiosi, e poi impazziscono di gioia quando gli mostriamo il quadrante con le loro foto appena scattate. La loro presunta mamma ride divertita alla scena mentre si lava con addosso un sarong lungy nel torrente vicino. Il resto del sentiero è in salita fino a raggiungere una cascata imponente con tanto di laghetto sottostante dove ci concediamo un bagno di acqua fresca e limpida che ci ridà forza dopo le due ore di cammino sotto il sole. Da lì si ha una stupenda vista sulle vallate sottostanti; al loro margine, le case di Hsipaw. Al rientro ci dà un passaggio un contadino che trasporta pannocchie nel trailer del suo trattore; ci accomodiamo sul duro cumulo giallo, sopportiamo stoicamente i colpi dovuti alle buche nell’asfalto e ci facciamo lasciare alla stazione dei treni, dove sta per arrivare il regionale delle 15 che da Mandalay porta a Lashio, città a 100 chilometri dal confine con la Cina. Questo, come tutti i treni che provengono da Pyin U Lwin, ha dovuto attraversare il Viadotto di Gokteik, il manufatto più significativo di questa linea ferroviaria, nonché il ponte piu alto del Myanmar. Completato nel 1900, si dice che sia stato costruito per durare 100 anni, e ciò significa che sta durando piu del previsto; di fatto i treni lo percorrono a velocità molto limitata per evitare di causargli traumi strutturali. Una buona ragione forse per arrivare a Hsipaw in bus&#8230; Ci sono gruppi di tutte le razze che aspettano il convoglio, oltre a mercanti di frutta, di betel, di té, e un paio di bancarelle permanenti che vendono biscotti, caffé e snacks, dove faccio la conoscenza di una delle proprietarie. È una simpatica signora di mezz’età dalla faccia impiastricciata di tanaka, che mentre si mangia foglie di betel mi spiega che è cattolica e che ancora si ricorda un po’ di italiano dai tempi della scuola dalle suore! Sua figlia (o nipote), una bimbina sui tre anni dalla testa rapata, le unghiette di mani e piedi smaltati, e anche lei la faccia coperta da tanaka, sta seduta su di un gradino mangiandosi un gelato con le dita e guardandoci divertita. E mentre il tempo passa e le 15 pure, esploriamo la stazione entrando in un ufficio dall’aria coloniale che mi ricorda le stazioni indiane costruite nel 1800 dalla East Indian Railway Company, con le pareti in assi di legno smaltate color crema, i mobili di ferro arrugginito dal clima dei tropici, il vecchio e rumoroso ventilatore che gira, le tabelle degli orari scritte a gessetto bianco su lavagne che pendono da incerti chiodi, ed un funzionario in camicia bianca, pantaloni di lino e ciabattine infradito che conta dollari americani e li annota a biro alla voce ‘entrate’ in un registro in carta color marroncino sbiadito. Se non fosse per i dollari e per la penna a sfera, potrebbe davvero essere una scena di oltre un secolo fa. Tra i tabelloni sulle pareti, tutti scritti in caratteri birmani a me incomprensibili, e di fianco ad un orologio a muro che chiaramente segna le 15 e 20, vi è una scritta in inglese che dichiara “saremo sembre in orario”&#8230; Torniamo verso il paese percorrendo stradine di periferia dove osserviamo artigiani lavorare legno, borsette, e fabbricare sigarette cheroots. Ci imbattiamo in una fabbrica di noodles dove giovani leve producono, a mano, degli spaghetti che che poi faranno parte di due dei piatti piu famosi della zona: Mohinga, una zuppa di pesce e noodles, parte essenziale della cucina birmana considerata da molti il piatto nazionale del Myanmar, e i Shan noodles, piatto tradizionale dei popoli Shan! Al tempio hindù contempliamo un gioioso e preciso costruttore di pagode nel bel mezzo di un opera nuova, mattone rosso su mattone rosso. Mr Ashà, visto il nostro interessamento alla sua opera, ci invita a bere un té alla struttura al lato dove, seduti ad un tavolo, ci racconta la storia della sua vita, da bambino discolo in India a costruttore di pagode in Myanmar, elencandoci fiero i nomi e le località di tutte le pagode che ha costruito durante la sua carriera. La strada principale è ora invasa dai locali con le loro sgangherate motorette; passiamo di fianco a 3 bambini monaci in saio color amaranto che imbracciano fieri repliche di pistole automatiche e di fucili a pompa, una visione un poco incongruente che ci lascia perplessi, accompagnata dai loro mezzi sorrisi. Li guardiamo allibiti, ma continuiamo la marcia per soffermarci subito dopo ad un tempio buddhista dove sembra ci sia l’ordinazione di un gruppo numeroso di monache. Siedono a centinaia nel largo salone del tempio, hanno la testa rasata e sono vestite in tonache rosa, recitano mantra o ascoltano i sermoni di un sacerdote dall’aspetto importante. I canti religiosi si mischiano...</p>
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<p>Camminiamo decisi verso le colline e arriviamo in prossimità della stazione dei treni di Hsipaw, dove attraversiamo i binari invasi da gente, mucche e bambini. Passiamo poi tra piccoli villaggi Shan dove la gente ci saluta sfoggiando espressioni gentili ed amichevoli; il sentiero che ci porta tra le risaie verso la cascata si fa sempre più piccolo, e la scena sempre più rurale. È abbastanza evidente che Hsipaw è un importante centro agricolo: ci sono risaie, piantagioni di cocomeri, di papaya, campi di carote e di cavolfiori. In prossimità di un trattore e di un cumulo di pannocchie, ci fermiamo a socializzare con una famiglia di contadini che riposano sotto una baracca di legno e bambù. Fumiamo un cheroot assieme ai capostipiti e <a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n.jpg" rel="prettyphoto[3850]"><img decoding="async" class="alignright  wp-image-3863" alt="Trek alla Cascata" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>facciamo foto ai loro due bimbi che ci osservano curiosi, e poi impazziscono di gioia quando gli mostriamo il quadrante con le loro foto appena scattate. La loro presunta mamma ride divertita alla scena mentre si lava con addosso un sarong lungy nel torrente vicino. Il resto del sentiero è in salita fino a raggiungere una cascata imponente con tanto di laghetto sottostante dove ci concediamo un bagno di acqua fresca e limpida che ci ridà forza dopo le due ore di cammino sotto il sole. Da lì si ha una stupenda vista sulle vallate sottostanti; al loro margine, le case di Hsipaw.</p>
<p>Al rientro ci dà un passaggio un contadino che trasporta pannocchie nel trailer del suo trattore; ci accomodiamo sul duro cumulo giallo, sopportiamo stoicamente i colpi dovuti alle buche nell’asfalto e ci facciamo lasciare alla stazione dei treni, dove sta per arrivare il regionale delle 15 che da Mandalay porta a Lashio, città a 100 chilometri dal confine con la Cina. Questo, come tutti i treni che provengono da Pyin U Lwin, ha dovuto attraversare il Viadotto di Gokteik, il manufatto più significativo di questa linea ferroviaria, nonché il ponte piu alto del Myanmar. Completato nel 1900, si dice che sia stato costruito per durare 100 anni, e ciò significa che sta durando piu del previsto; di fatto i treni lo percorrono a velocità molto limitata per evitare di causargli traumi strutturali. Una buona ragione forse per arrivare a Hsipaw in bus&#8230;</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n.jpg" rel="prettyphoto[3850]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-3862" alt="Trek alla Cascata" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Ci sono gruppi di tutte le razze che aspettano il convoglio, oltre a mercanti di frutta, di betel, di té, e un paio di bancarelle permanenti che vendono biscotti, caffé e snacks, dove faccio la conoscenza di una delle proprietarie. È una simpatica signora di mezz’età dalla faccia impiastricciata di tanaka, che mentre si mangia foglie di betel mi spiega che è cattolica e che ancora si ricorda un po’ di italiano dai tempi della scuola dalle suore! Sua figlia (o nipote), una bimbina sui tre anni dalla testa rapata, le unghiette di mani e piedi smaltati, e anche lei la faccia coperta da tanaka, sta seduta su di un gradino mangiandosi un gelato con le dita e guardandoci divertita. E mentre il tempo passa e le 15 pure, esploriamo la stazione entrando in un ufficio dall’aria coloniale che mi ricorda le stazioni indiane costruite nel 1800 dalla East Indian Railway Company, con le pareti in assi di legno smaltate color crema, i mobili di ferro arrugginito dal clima dei tropici, il vecchio e rumoroso ventilatore che gira, le tabelle degli orari scritte a gessetto bianco su lavagne che pendono da incerti chiodi, ed un funzionario in camicia bianca, pantaloni di lino e ciabattine infradito che conta dollari americani e li annota a biro alla voce ‘entrate’ in un registro in carta color marroncino sbiadito. Se non fosse per i dollari e per la penna a sfera, potrebbe davvero essere una scena di oltre un secolo fa. Tra i tabelloni sulle pareti, tutti scritti in caratteri birmani a me incomprensibili, e di fianco ad un orologio a muro che chiaramente segna le 15 e 20, vi è una scritta in inglese che dichiara “saremo sembre in orario”&#8230;</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n.jpg" rel="prettyphoto[3850]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-3861" alt="Trek alla Cascata" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Torniamo verso il paese percorrendo stradine di periferia dove osserviamo artigiani lavorare legno, borsette, e fabbricare sigarette cheroots. Ci imbattiamo in una fabbrica di noodles dove giovani leve producono, a mano, degli spaghetti che che poi faranno parte di due dei piatti piu famosi della zona: Mohinga, una zuppa di pesce e noodles, parte essenziale della cucina birmana considerata da molti il piatto nazionale del Myanmar, e i Shan noodles, piatto tradizionale dei popoli Shan! Al tempio hindù contempliamo un gioioso e preciso costruttore di pagode nel bel mezzo di un opera nuova, mattone rosso su mattone rosso. Mr Ashà, visto il nostro interessamento alla sua opera, ci invita a bere un té alla struttura al lato dove, seduti ad un tavolo, ci racconta la storia della sua vita, da bambino discolo in India a costruttore di pagode in Myanmar, elencandoci fiero i nomi e le località di tutte le pagode che ha costruito durante la sua carriera.</p>
<p>La strada principale è ora invasa dai locali con le loro sgangherate motorette; passiamo di fianco a 3 bambini monaci in saio color amaranto che imbracciano fieri repliche di pistole automatiche e di fucili a pompa, una visione un poco incongruente che ci lascia perplessi, accompagnata dai loro mezzi sorrisi. Li guardiamo allibiti, ma continuiamo la marcia per soffermarci subito dopo ad un tempio buddhista dove sembra ci sia l’ordinazione di un gruppo numeroso di monache. Siedono a centinaia nel largo salone del tempio, hanno la testa rasata e sono vestite in tonache rosa, recitano mantra o ascoltano i sermoni di un sacerdote dall’aspetto importante. I canti religiosi si mischiano ai rumori del traffico fuori, mentre scende la notte.</p>
<p>Il film d’azione hollywoodiano visto su una TV a 13 pollici appesa con un precario braccio di ferro al soffitto in un baracchino che ci serve fagioli e roti, unico piatto nel menu, ci ricorda che un paio di giorni a Hsipaw sono più che sufficenti per i nostri gusti.</p>
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		<title>HSIPAW &#8211; UN TRANQUILLO STOPOVER</title>
		<link>https://asianitinerary.com/it/hsipaw-un-tranquillo-stopover-2/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=hsipaw-un-tranquillo-stopover-2</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2013 16:28:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Hsipaw]]></category>
		<category><![CDATA[Nazione Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
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<p>Lasciamo Mandalay a malincuore ma con la voglia di esplorare quella che qui chiamano ‘la via per la China’. Il bus è comodo, si inoltra nelle colline e dopo poco raggiunge la città coloniale di Pyin Oo Lwin, dove i colonizzatori britannici risiedevano quando il caldo di Mandalay diventava troppo opprimente. Ci fermiamo per una sosta pasto per poi ripartire immediatamente alla volta di Hsipaw, descritta dalla guida come “un tranquillo stopover”. Dopo circa tre ore di viaggio ci imbattiamo in una serie di tornanti in salita dove un camion che si è ribaltato alcuni tornanti più in alto costringe il nostro mezzo a seguire una colonna interminabile di camion che trasportano massi, legna, sabbia, impalcature, ruspe e mattoni (sembra proprio che l’industria della costruzione sia in auge in Myanmar), a tratti alternati a pick-ups carichi di passeggeri e mercanzia, nonché alcune autovetture. Il buio è arrivato presto ed è pesto come la pece; i mezzi incolonnati formano una striscia di lucine che si muovono a periodi alternati e solo in un senso di marcia: il nord. A volte seguiamo i passeggeri locali che scendono curiosi o a fumarsi una sigaretta o a fare un bisogno quando la sosta si fa troppo lunga; discorrono animatamente sull’accaduto, creando gruppetti con autisti e passeggeri di altri mezzi, per poi risalire in fretta e furia quando la coda sembra muoversi e gli autisti li chiamano a squarciagola e mettono in moto il mezzo. Una serie di posti di blocco e ben 7 ore dopo, eccoci avvicinarci a Hsipaw, avanposto di etnia Shan. Un paesone che all’apparenza sembra fantasma: case in legno, taverne e negozietti chiusi, alcuni personaggi dall’aspetto cinese, scuri di pelle, occhi a mandorla. Fa decisamente fresco. Dopo aver vagato in un paio di strade lunghe, buie e deserte che corrispondono al ‘centro’, ci sistemiamo in una guest house in legno modello baita svizzera, solo leggermente meno lussuosa&#8230; Sono le 10, abbiamo fame e la calmiamo nel localino vicino dove una famiglia nepalese (regalo dell’era coloniale britannica) serve té e chapati indiani ad una clientela mista di Shan, indiani, musulmani e birmani. Ci sediamo in sgabelli in legno ultra bassi e ci gustiamo té nero e chapati osservando il viavai di gente. È incredibile come tante etnie e razze diverse convivano in questo paesone polveroso. Il freddo si intensifica, il sonno pure. La doccia è fredda ma il letto è reso caldo da una spessa coperta di lana. Il buongiorno è alle 7; fa ancora freddo. Usciamo ad esplorare il paese e lo scopriamo totalmente diverso dalla sera prima: il caos è totale, con camion che si spartiscono le strade con biciclette, mercanti, chioschi, meccanici, passanti e turisti. Uno spesso polverone si alza perennemente dalle vie dissestate; i marciapiedi sono interrotti o divelti, le buche sono frequenti e larghe, i ciottolati si alternano a tratti cementati a malomodo, rendendo una semplice passeggiata un’impresa. Il tutto fa sì che il paese sembri immerso in una nebbia; il fumo vaporoso esce dalla bocca mentre respiriamo, ma già il sole sta dissipando l’umidità e scaldando l’aria. Dopo aver fatto colazione decidiamo di dirigerci verso il fiume alla ricerca di qualcosa da fare. Passiamo il mercato e raggiungiamo la zona residenziale di casette e baracche affacciate sul fiume. Socializziamo e comunichiamo in qualche modo con la gente fuori dalle loro case, che ce la mette tutta per capire cosa vogliamo esattamente e per aiutarci, qualunque questa cosa sia. Il fiume Dokhtawady è pulito e le sue acque sono limpide, ma si dice che le sue correnti siano pericolosissime, e la gente del posto racconta di malevoli nat (spiriti) che attraggono chi vi nuota verso la morte certa. Mmmm. Riusciamo infine ad accordarci per un giro in barca con la moglie di un barcaiolo, il quale non sembra dell’idea di interrompere il pasto, ma che accetta, si cambia e mette in acqua il suo barcone di almeno 10 metri del quale sembra andare molto fiero. Risaliamo il fiume per qualche chilometro osservando vita rurale, contadini, bufali che ruminano o che tirano aratri, risaie, bimbi che scorrazzano o che fanno il bagno nelle sue calme acque. Il barcaiolo fa una tappa dopo quattro chilometri e ci porta a visitare, a piedi, un villaggetto sviluppato sulle rive del fiume: casette in legno, pietra o bambù dove le donne cucinano, lavano i panni o puliscono delle pannocchie e gli uomini fabbricano pareti o artefatti in bambù o tetti di paglia. C’è calma, ordine e pulizia tra le viuzze sterrate del villaggio, e tutti i paesani ci salutano al nostro passaggio. Riprendiamo la barca e risaliamo il fiume ulteriormente fino al chilometro 7, in prossimità di un ponte in ferro, dove il nostro cicerone fa dietro-front e si appresta a rientrare. Ci facciamo lasciare a tre chilometri da Hsipaw per poter farci una passeggiata e vivere il posto con tranquillità. Ci congediamo e camminiamo lungo il sentiero che costeggia la riva del fiume. Facciamo un paio di soste, una per mangiare un piatto di noodles preparati ad arte da una donna che gestisce un chioschetto improvvisato: la pagoda di bambù dove mangiamo è stata costruita letteralmente ‘sul’ fiume, mentre la cucina della quale si serve è quella di casa, appena più in alto sul colle. Alla periferia di Hsipaw, verso le cinque, passiamo al lato di un tempio che ospita una scuola per monaci dove assistiamo alla fine delle classi, e ci uniamo alla fila di bimbi monaci che rientrano alle loro case; il traffico si fa più intenso man mano che entriamo in paese e la polvere la fa da padrona. La giornata è stata calda ma ventilata da una piacevole brezza fluviale. Passiamo la serata a bighellonare lungo la centrale Namtu Road, dove fino alla tarda ora delle 9 (!) locali e turisti cenano nei tanti ristoranti della via. Noi ci gustiamo un piatto di Shan noodles da Mr.Food, un po’ per il nome un po’ perché pubblicizza birra Dagon alla spina. Mr.Food è solo uno dei tanti...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/31029_10151295386406140_1252148621_n-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/31029_10151295386406140_1252148621_n-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/31029_10151295386406140_1252148621_n-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/31029_10151295386406140_1252148621_n-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/30996_10151295385896140_676213539_n.jpg" rel="prettyphoto[3768]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-3788" alt="Hsipaw" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/30996_10151295385896140_676213539_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/30996_10151295385896140_676213539_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/30996_10151295385896140_676213539_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/30996_10151295385896140_676213539_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/30996_10151295385896140_676213539_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/30996_10151295385896140_676213539_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Lasciamo Mandalay a malincuore ma con la voglia di esplorare quella che qui chiamano ‘la via per la China’. Il bus è comodo, si inoltra nelle colline e dopo poco raggiunge la città coloniale di Pyin Oo Lwin, dove i colonizzatori britannici risiedevano quando il caldo di Mandalay diventava troppo opprimente. Ci fermiamo per una sosta pasto per poi ripartire immediatamente alla volta di Hsipaw, descritta dalla guida come “un tranquillo stopover”. Dopo circa tre ore di viaggio ci imbattiamo in una serie di tornanti in salita dove un camion che si è ribaltato alcuni tornanti più in alto costringe il nostro mezzo a seguire una colonna interminabile di camion che trasportano massi, legna, sabbia, impalcature, ruspe e mattoni (sembra proprio che l’industria della costruzione sia in auge in Myanmar), a tratti alternati a pick-ups carichi di passeggeri e mercanzia, nonché alcune autovetture. Il buio è arrivato presto ed è pesto come la pece; i mezzi incolonnati formano una striscia di lucine che si muovono a periodi alternati e solo in un senso di marcia: il nord. A volte seguiamo i passeggeri locali che scendono curiosi o a fumarsi una sigaretta o a fare un bisogno quando la sosta si fa troppo lunga; discorrono animatamente sull’accaduto, creando gruppetti con autisti e passeggeri di altri mezzi, per poi risalire in fretta e furia quando la coda sembra muoversi e gli autisti li chiamano a squarciagola e mettono in moto il mezzo.</p>
<p>Una serie di posti di blocco e ben 7 ore dopo, eccoci avvicinarci a Hsipaw, avanposto di etnia Shan. Un paesone che all’apparenza sembra fantasma: case in legno, taverne e negozietti chiusi, alcuni personaggi dall’aspetto cinese, scuri di pelle, occhi a mandorla. Fa decisamente fresco. Dopo aver vagato in un paio di strade lunghe, buie e deserte che corrispondono al ‘centro’, ci sistemiamo in una guest house in legno modello baita svizzera, solo leggermente meno lussuosa&#8230; Sono le 10, abbiamo fame e la calmiamo nel localino vicino dove una famiglia nepalese (regalo dell’era coloniale britannica) serve té e chapati indiani ad una clientela mista di Shan, indiani, musulmani e birmani. Ci sediamo in sgabelli in legno ultra bassi e ci gustiamo té nero e chapati osservando il viavai di gente. È incredibile come tante etnie e razze diverse convivano in questo paesone polveroso. Il freddo si intensifica, il sonno pure. La doccia è fredda ma il letto è reso caldo da una spessa coperta di lana.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n.jpg" rel="prettyphoto[3768]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-3789" alt="Hsipaw" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Il buongiorno è alle 7; fa ancora freddo. Usciamo ad esplorare il paese e lo scopriamo totalmente diverso dalla sera prima: il caos è totale, con camion che si spartiscono le strade con biciclette, mercanti, chioschi, meccanici, passanti e turisti. Uno spesso polverone si alza perennemente dalle vie dissestate; i marciapiedi sono interrotti o divelti, le buche sono frequenti e larghe, i ciottolati si alternano a tratti cementati a malomodo, rendendo una semplice passeggiata un’impresa. Il tutto fa sì che il paese sembri immerso in una nebbia; il fumo vaporoso esce dalla bocca mentre respiriamo, ma già il sole sta dissipando l’umidità e scaldando l’aria. Dopo aver fatto colazione decidiamo di dirigerci verso il fiume alla ricerca di qualcosa da fare. Passiamo il mercato e raggiungiamo la zona residenziale di casette e baracche affacciate sul fiume. Socializziamo e comunichiamo in qualche modo con la gente fuori dalle loro case, che ce la mette tutta per capire cosa vogliamo esattamente e per aiutarci, qualunque questa cosa sia. Il fiume Dokhtawady è pulito e le sue acque sono limpide, ma si dice che le sue correnti siano pericolosissime, e la gente del posto racconta di malevoli nat (spiriti) che attraggono chi vi nuota verso la morte certa. Mmmm.</p>
<p>Riusciamo infine ad accordarci per un giro in barca con la moglie di un barcaiolo, il quale non sembra dell’idea di interrompere il pasto, ma che accetta, si cambia e mette in acqua il suo barcone di almeno 10 metri del quale sembra andare molto fiero. Risaliamo il fiume per qualche chilometro osservando vita rurale, contadini, bufali che ruminano o che tirano aratri, risaie, bimbi che scorrazzano o che fanno il bagno nelle sue calme acque. Il barcaiolo fa una tappa dopo quattro chilometri e ci porta a visitare, a piedi, un villaggetto sviluppato sulle rive del fiume: casette in legno, pietra o bambù dove le donne cucinano, lavano i panni o puliscono delle pannocchie e gli uomini fabbricano pareti o artefatti in bambù o tetti di paglia. C’è calma, ordine e pulizia tra le viuzze sterrate del villaggio, e tutti i paesani ci salutano al nostro passaggio.</p>
<div id="attachment_3791" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman.jpg" rel="prettyphoto[3768]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3791" class=" wp-image-3791 " alt="Hsipaw" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3791" class="wp-caption-text">Il nostro barcaiolo</p></div>
<p>Riprendiamo la barca e risaliamo il fiume ulteriormente fino al chilometro 7, in prossimità di un ponte in ferro, dove il nostro cicerone fa dietro-front e si appresta a rientrare. Ci facciamo lasciare a tre chilometri da Hsipaw per poter farci una passeggiata e vivere il posto con tranquillità. Ci congediamo e camminiamo lungo il sentiero che costeggia la riva del fiume. Facciamo un paio di soste, una per mangiare un piatto di noodles preparati ad arte da una donna che gestisce un chioschetto improvvisato: la pagoda di bambù dove mangiamo è stata costruita letteralmente ‘sul’ fiume, mentre la cucina della quale si serve è quella di casa, appena più in alto sul colle. Alla periferia di Hsipaw, verso le cinque, passiamo al lato di un tempio che ospita una scuola per monaci dove assistiamo alla fine delle classi, e ci uniamo alla fila di bimbi monaci che rientrano alle loro case; il traffico si fa più intenso man mano che entriamo in paese e la polvere la fa da padrona. La giornata è stata calda ma ventilata da una piacevole brezza fluviale.</p>
<p>Passiamo la serata a bighellonare lungo la centrale Namtu Road, dove fino alla tarda ora delle 9 (!) locali e turisti cenano nei tanti ristoranti della via. Noi ci gustiamo un piatto di Shan noodles da Mr.Food, un po’ per il nome un po’ perché pubblicizza birra Dagon alla spina. Mr.Food è solo uno dei tanti negozi che sfoggiano il Mr. davanti al nome qui a Hsipaw; noi dormiamo alla Mr.Kid Guesthouse, abbiamo visto la Mr.Charles Guesthouse, la libreria Mr.Book, la succheria Mr.Shake e altri di cui non ricordo il nome. Pare che gli abitanti di Hsipaw pensano che a noi stranieri piacciano questi simpatici ed inusuali nomi delle loro attività, e sembra pure che la loro strana tecnica di marketing funzioni&#8230;</p>
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		<title>SHAN STATE &#8211; FESTIVAL DI KAHTAIN  PARTE 3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2013 17:53:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[feste tradizionali]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
		<category><![CDATA[festival di Kahtain]]></category>
		<category><![CDATA[Nazione Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Dormo 11 ore filate e non sento nemmeno la litania delle 5. Dopo una colazione di biscotti casalinghi e té in una teahouse cinese, c’incamminiamo verso il tempio di Prie Jé, in direzione sud, a una mezz’ora di cammino da Namshan, dove si celebra l’ultimo giorno del festival di Kahtain. Attraversiamo una graziosa zona in collina con casette in legno contornate da ordinati giardini in fiore ed orti ben curati. La gente del posto ci saluta gioiosa, alcuni bambini giocano con colorati acquiloni che riempono il cielo sereno di una splendida giornata. Mi intrattengo a conversare con un barbiere originario del Bangladesh il quale è propenso a parlare di politica; mi spiega che i birmani in generale sono ancora sospettosi delle mosse del governo centrale, che secondo lui ha secondi fini nonostante le recenti aperture. Le riserve naturali vengono vendute alla Cina, la quale finanza una zona del porto nella costa birmana, un gaseodotto ed un oleodotto che raggiungeranno Kumming nel sud della Cina, nonché una centrale idroelettrica nelle regioni birmane dell’Himalaia dove le popolazioni locali stanno organizzando proteste contro lo sfruttamento. Mi racconta di come la sua famiglia si trasferì a Yangoon durante la guerra con i britannici negli anni ’40, per poi spostarsi qui nello stato dello Shan ad aprire negozi. A suo dire non gli è mai stata riconosciuta la nazionalità birmana e col tempo ha perso quella del suo paese, così dopo l’indipendenza del Bangladesh nel 1964 la sua famiglia non è potuta rientrare in patria. Dice di essere tutt’ora apolide. Mentre sta tagliando i capelli ad un giovane Shan, le forbici gli si aprono in due cadendo al suolo, e ce la ridiamo tutti di gusto. “Vedi? La Cina compra risorse buone e ci vende materiale economico, come i motorini, che sono talmente scadenti che spesso non vale la pena ripararli” commenta divertito. È convinto che la Cina stia facendo affari d’oro da queste parti, che la recente propensione del governo all’apertura sia solo temporanea, e che le cose torneranno a peggiorare. Lo saluto e lo ringrazio per la chiacchierata. Riprendiamo il cammino; la gente in processione verso la collina del tempio è tanta, tra loro vi sono parecchi anziani dai visi particolari, sorrisi orgogliosi e vestiti della festa. Tutti sorridono al nostro passaggio, e alcuni gruppi di giovani tentano un approccio con quel poco inglese che riescono a sfoggiare. Al nostro arrivo al tempio le cerimonie sono gia iniziate. Ci sono mercanti che commerciano cibarie e amuleti vari, nonché offerte per i monaci, e qualche anziano che veste costumi che rimandano a popoli tribali del passato, ma lo fa con una naturalezza che mi induce a pensare che siano semplicemente i loro vestiti di tutti i giorni. Il festival di Kahtain si celebra una volta all’anno e a parte l’opportunità per i locali di incontrarsi, ballare e vestirsi bene, consiste nel fare offerte ai monaci ed alle monache dei villaggi. Denaro, coperte e altri oggetti di cui i monaci si servono vengono presentati con umiltà da ogni partecipante. Incontriamo subito Shandi, una delle due ‘guide’ conosciute a Namhsan, il quale ci invita dentro una baracca dove un gruppo di paesani si sta gustando un pasto di cibarie dall’aspetto piccante, seduti a gambe incrociate su tappeti di stoffa coloratissimi. Ci accomodiamo e ci viene servito un piatto da riempire attingendo dalle ciotole comuni al centro del tappeto. I curry sono buonissimi e hanno sapori indescrivibili. I paesani ci fanno sentire a nostro agio, ci osservano ma in maniera molto meno curiosa di come lo facciamo invece noi. Beviamo té, come di consueto, e Shandi ci racconta di alcune delle usanze del posto e dell’importanza del festival odierno, insistendo perché fotografiamo il tutto. Ci congediamo ed usciamo a scuriosare tra le varie attività del tempio. In edifici diversi, la gente prega, mangia, chiacchiera, suona. L’ambiente è austero, questa gente non è di certo benestante, ma la loro autenticità e la loro apparente onestà ricopre il tutto di una solennità che sembra sopperire alle carenze materiali. Alcuni monaci e monache offrono la loro benedizione a tutti i presenti lì riuniti, mentre altri danno discorsi pubblici incentrati sulla felicità e sulla prosperità che questo evento porterà ai popoli dei dintorni. Siamo completamente assorti in questi rituali, il percorso per raggiungere Namhsan e il fango e la pioggia di ieri sono lontani anni luce. Shandi sta per andarsene e ci invita a visitare il suo villaggio, a pochi minuti dal tempio. Ci arriviamo in 15 minuti di camminata tra gradinate e discese, accompagnati da alberi secolari dai rami fogliosi lunghi parecchi metri che ci coprono in parte dai raggi di un sole inclemente. In fondo al colle c’è uno spiazzo coronato da un bosco di pagode bianche: è il tempio del villaggio. Lì, ai piani alti di palafitte in legno massiccio, anziani uomini stanno preparando giganteschi bruciatori con rami di bambù, legnetti di pino ed incensi, ricoprendoli con enormi fogli di carta colorata prodotti in loco. Questi bruciatori arderanno per ore ed ore durante le cerimonie di chiusura serali. Seguiamo poi il nostro amico fino ad un pittoresco villaggio di case di legno palafittate distribuite lungo una strada principale, come il resto dei villaggi, e circondato da valli e montagne. L’entrata di casa sua porta ad un’ampio salone che funge da sala e cucina, il pavimento è di terra battuta, le pareti sono ricoperte da economici fogli di plastica made-in-China; i divani di assi di legno non ci proibiscono di riposarci mentre Shandi manda la figlia a ‘fare la spesa’. Esco da casa e la seguo con gli occhi: passa da un paio di case dei vicini e ne esce con una serie di verdure, poi al rientro si cimenta nella creazione, su fornelli arrugginiti e con pentole che hanno sfamato generazioni, di un curry Palaung con riso e verdure fritte, delizioso a dir poco. Ci guarda per un po’ mentre mangiamo ad un tavolo traballante di legno marcio, e poi si mette a guardare karaoke thailandese ad...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Kids-monks-candles-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><div id="attachment_3717" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/pagoda-meeting.jpg" rel="prettyphoto[3703]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3717" class=" wp-image-3717 " alt="Festival di Kahtain" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/pagoda-meeting-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/pagoda-meeting-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/pagoda-meeting-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/pagoda-meeting-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/pagoda-meeting-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/pagoda-meeting.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3717" class="wp-caption-text">Incontro in pagoda</p></div>
<p>Dormo 11 ore filate e non sento nemmeno la litania delle 5. Dopo una colazione di biscotti casalinghi e té in una teahouse cinese, c’incamminiamo verso il tempio di Prie Jé, in direzione sud, a una mezz’ora di cammino da Namshan, dove si celebra l’ultimo giorno del festival di Kahtain. Attraversiamo una graziosa zona in collina con casette in legno contornate da ordinati giardini in fiore ed orti ben curati. La gente del posto ci saluta gioiosa, alcuni bambini giocano con colorati acquiloni che riempono il cielo sereno di una splendida giornata.</p>
<p>Mi intrattengo a conversare con un barbiere originario del Bangladesh il quale è propenso a parlare di politica; mi spiega che i birmani in generale sono ancora sospettosi delle mosse del governo centrale, che secondo lui ha secondi fini nonostante le recenti aperture. Le riserve naturali vengono vendute alla Cina, la quale finanza una zona del porto nella costa birmana, un gaseodotto ed un oleodotto che raggiungeranno Kumming nel sud della Cina, nonché una centrale idroelettrica nelle regioni birmane dell’Himalaia dove le popolazioni locali stanno organizzando proteste contro lo sfruttamento.</p>
<p>Mi racconta di come la sua famiglia si trasferì a Yangoon durante la guerra con i britannici negli anni ’40, per poi spostarsi qui nello stato dello Shan ad aprire negozi. A suo dire non gli è mai stata riconosciuta la nazionalità birmana e col tempo ha perso quella del suo paese, così dopo l’indipendenza del Bangladesh nel 1964 la sua famiglia non è potuta rientrare in patria. Dice di essere tutt’ora apolide. Mentre sta tagliando i capelli ad un giovane Shan, le forbici gli si aprono in due cadendo al suolo, e ce la ridiamo tutti di gusto. “Vedi? La Cina compra risorse buone e ci vende materiale economico, come i motorini, che sono talmente scadenti che spesso non vale la pena ripararli” commenta divertito. È convinto che la Cina stia facendo affari d’oro da queste parti, che la recente propensione del governo all’apertura sia solo temporanea, e che le cose torneranno a peggiorare. Lo saluto e lo ringrazio per la chiacchierata.</p>
<div id="attachment_3718" style="width: 170px" class="wp-caption alignright"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Preparing-decorations.jpg" rel="prettyphoto[3703]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3718" class=" wp-image-3718 " alt="Festival di Kahtain" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Preparing-decorations-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Preparing-decorations-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Preparing-decorations-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Preparing-decorations-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Preparing-decorations-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Preparing-decorations.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3718" class="wp-caption-text">Preparazione delle decorazioni</p></div>
<p>Riprendiamo il cammino; la gente in processione verso la collina del tempio è tanta, tra loro vi sono parecchi anziani dai visi particolari, sorrisi orgogliosi e vestiti della festa. Tutti sorridono al nostro passaggio, e alcuni gruppi di giovani tentano un approccio con quel poco inglese che riescono a sfoggiare. Al nostro arrivo al tempio le cerimonie sono gia iniziate. Ci sono mercanti che commerciano cibarie e amuleti vari, nonché offerte per i monaci, e qualche anziano che veste costumi che rimandano a popoli tribali del passato, ma lo fa con una naturalezza che mi induce a pensare che siano semplicemente i loro vestiti di tutti i giorni.</p>
<p>Il festival di Kahtain si celebra una volta all’anno e a parte l’opportunità per i locali di incontrarsi, ballare e vestirsi bene, consiste nel fare offerte ai monaci ed alle monache dei villaggi. Denaro, coperte e altri oggetti di cui i monaci si servono vengono presentati con umiltà da ogni partecipante. Incontriamo subito Shandi, una delle due ‘guide’ conosciute a Namhsan, il quale ci invita dentro una baracca dove un gruppo di paesani si sta gustando un pasto di cibarie dall’aspetto piccante, seduti a gambe incrociate su tappeti di stoffa coloratissimi. Ci accomodiamo e ci viene servito un piatto da riempire attingendo dalle ciotole comuni al centro del tappeto. I curry sono buonissimi e hanno sapori indescrivibili. I paesani ci fanno sentire a nostro agio, ci osservano ma in maniera molto meno curiosa di come lo facciamo invece noi. Beviamo té, come di consueto, e Shandi ci racconta di alcune delle usanze del posto e dell’importanza del festival odierno, insistendo perché fotografiamo il tutto.</p>
<p>Ci congediamo ed usciamo a scuriosare tra le varie attività del tempio. In edifici diversi, la gente prega, mangia, chiacchiera, suona. L’ambiente è austero, questa gente non è di certo benestante, ma la loro autenticità e la loro apparente onestà ricopre il tutto di una solennità che sembra sopperire alle carenze materiali. Alcuni monaci e monache offrono la loro benedizione a tutti i presenti lì riuniti, mentre altri danno discorsi pubblici incentrati sulla felicità e sulla prosperità che questo evento porterà ai popoli dei dintorni. Siamo completamente assorti in questi rituali, il percorso per raggiungere Namhsan e il fango e la pioggia di ieri sono lontani anni luce.</p>
<div id="attachment_3719" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/village-view.jpg" rel="prettyphoto[3703]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3719" class=" wp-image-3719 " alt="Festival di Kahtain" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/village-view-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/village-view-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/village-view-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/village-view-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/village-view-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/village-view.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3719" class="wp-caption-text">Vista sul villaggio</p></div>
<p>Shandi sta per andarsene e ci invita a visitare il suo villaggio, a pochi minuti dal tempio. Ci arriviamo in 15 minuti di camminata tra gradinate e discese, accompagnati da alberi secolari dai rami fogliosi lunghi parecchi metri che ci coprono in parte dai raggi di un sole inclemente. In fondo al colle c’è uno spiazzo coronato da un bosco di pagode bianche: è il tempio del villaggio. Lì, ai piani alti di palafitte in legno massiccio, anziani uomini stanno preparando giganteschi bruciatori con rami di bambù, legnetti di pino ed incensi, ricoprendoli con enormi fogli di carta colorata prodotti in loco. Questi bruciatori arderanno per ore ed ore durante le cerimonie di chiusura serali.</p>
<p>Seguiamo poi il nostro amico fino ad un pittoresco villaggio di case di legno palafittate distribuite lungo una strada principale, come il resto dei villaggi, e circondato da valli e montagne. L’entrata di casa sua porta ad un’ampio salone che funge da sala e cucina, il pavimento è di terra battuta, le pareti sono ricoperte da economici fogli di plastica made-in-China; i divani di assi di legno non ci proibiscono di riposarci mentre Shandi manda la figlia a ‘fare la spesa’. Esco da casa e la seguo con gli occhi: passa da un paio di case dei vicini e ne esce con una serie di verdure, poi al rientro si cimenta nella creazione, su fornelli arrugginiti e con pentole che hanno sfamato generazioni, di un curry Palaung con riso e verdure fritte, delizioso a dir poco. Ci guarda per un po’ mentre mangiamo ad un tavolo traballante di legno marcio, e poi si mette a guardare karaoke thailandese ad alto volume nell’unico elemento elettronico di tutta la casa, una TV a schermo piatto che prima non si notava: era coperta da uno spesso sipario di lana! Beviamo té, mentre fuori un violento acquazzone si è fatto strada nel cielo che fino a poco prima era sereno.</p>
<div id="attachment_3720" style="width: 170px" class="wp-caption alignright"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/villagers-at-festival-2.jpg" rel="prettyphoto[3703]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3720" class=" wp-image-3720 " alt="Festival di Kahtain" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/villagers-at-festival-2-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/villagers-at-festival-2-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/villagers-at-festival-2-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/villagers-at-festival-2-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/villagers-at-festival-2-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/villagers-at-festival-2.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3720" class="wp-caption-text">abitanti del villaggio durante il festival</p></div>
<p>Una volta che la pioggia diminuisce, Shandi insiste per procurarci un passaggio per Namhsan con un motorino preso in prestito, ma ci ha anche informato che a breve passerà un bus così decidiamo di aspettare. Il bus arriva dopo soli 5 minuti e dire che è sgangheato è come fargli un complimento. Al suo interno, il pavimento è letteralmente coperto da compatti sacchi in juta pieni di té essicato che emettono un odore pungente nonostante tutti i finestrini siano aperti, rotti o mancanti. Té, té e ancora té, la vita a Namhsan gira in tutto e per tutto attorno a questa bevanda. I sedili del bus sono stati sbullonati e adagiati al di sopra dei sacchi, su di loro si è accomodato un gruppo di ragazzi che lavora nella fabbrica di té che sballonzolano ad ogni buca che prende il malmesso bus dalle sospensioni inesistenti. Preferiamo sederci sui sacchi, che sembrano di gran lunga più comodi; i ragazzi e l’autista ci guardano con aria divertita mentre subiamo i colpi inclementi. La strada si snoda tra i colli ed sembra decisamente più lunga del sentiero fatto a piedi per arrivare al villaggio; dai finestrini scorgiamo ben due stazioni di benzina (non ne avevamo ancora viste e ci chiedevamo come rifornivano i mezzi), ironicamente poste una di fianco all’altra. Ci facciamo scaricare alla periferia di Namhsan, giusto ad un incrocio dal quale sta passando una colonna di giovanissimi militari mal equipaggiati in pantaloncini e scarpette di tela verde, fucili ed altre pesanti armi e munizioni in spalla o a tracolla. Marciano verso il paese: sono le pattuglie del governo incaricate di scovare nei boschi gli eserciti di liberazione Shan, viaggiano a piedi per centinaia di chilometri per queste terre impervie, e per giunta non sono per niente viste di buon occhio dalla popolazione locale che li guarda storti al loro passaggio. Hanno visi dalle fisionomie diverse e sguardi sconsolati, e mi fanno decisamente pena: li immagino mentre subiscono l’imboscata di un gruppo di militi Shan ben armati ed abituati a questo clima e a questo intorno, e molto più motivati di loro.</p>
<p>Il sole torna a splendere ma è per poco. Mi fermo a redigere il diario nella sala da té dove hanno la TV satellitare: è in corso il solito zapping frenetico che passa da football a musica a documentari, con questi ultimi che sembrano avere la meglio. Esco che il sole è già calato e la strada è illuminata da centinaia di candele; i bambini si divertono con i loro innoqui petardi e razzetti, mentre il cielo si illumina di centinaia di lanterne di preghiera lanciate da vari punti del paese. Al monastero vicino al nostro alloggio, bimbi monaci giocano attorno al bellissimo stupa, accendono candele e formano disegni di cuoricini, di lettere, di animali, e si rincorrono felici. La luna piena illumina la sera a giorno, la gente del posto si riversa nelle strade, mentre nuvolette a pecorelle percorrono lentamente il cielo. È una sera speciale a Namhsan, purtroppo l’ultima per noi.</p>
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		<title>SHAN STATE &#8211; TREK AL MONASTERO &#8211; PARTE 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 18:34:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Monastero]]></category>
		<category><![CDATA[Monastero di montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Nazione Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Mi sveglio di soprassalto, fuori dalla finestra è ancora buio. Guardo il telefono: sono le 5! Mi hanno svegliato rumorosissimi altoparlanti che trasmettono ripetitive litanie che non tendono a cessare. Fa freddo; mi metto uno spesso maglione ed esco a controllare. Pensavo fosse la piccola moschea che avevo visto nelle vicinanze il giorno prima, invece si tratta dei vecchi altoparlanti del tempio buddista in cima al colle, sul quale spicca importante la sua pagoda dorata. Il supplizio finisce alle 6, e visto che i raggi del sole stanno già illuminando il paese, esco a fare colazione in attesa di confermare col mio compagno di viaggio il trek al monastero sulle montagne. I mercanti stanno aprendo le porte a fisarmonica dei loro negozi, espongono la merce e si preparano per la lunga giornata lavorativa. Nei negozietti di generi vari, coloratissime bustine monodose di shampoo, balsamo per capelli e detersivi vari, nonché caramelline e dolciumi appesi a corde che attraversano le ‘vetrine’, fanno da specchietto per le allodole ad una serie di articoli molto ricercati qui quali saponette, creme sbiancanti, accendini e fiammiferi, profumi e un infinità di piccole scatolette e tubini dal dubbio contenuto. Tutta la mercanzia è caratterizzata da una patina di polvere che ne vela le confezioni, facendole sembrare vecchie ed inappetibili. Un mercante cinese in braghe del pigiama, t-shirt ed un giaccone gabardin gessato mi sorride, mentre al suo lato un carismatico musulmano dalla barba lunga e bianca sta allestendo il suo banchetto. È un riparatore di ombrelli, e sul tavolo ha i ferri del mestiere: pacchi di raggi di varie lunghezze e dimensioni, ingranaggi centrali, viti vitine e bulloncini, scheletri di ombrelli con solo manico e asta centrale, barattoli di grasso ed olio oltre ad una serie di fondamentali cacciavitini di precisione. Ci sorride mentre si rimbocca la giacca a vento, riparandosi da una folata di vento freddo, poi si siede paziente e si mette le mani in tasca, osservando il via vai della strada che si fa sempre più intenso. Alla sala da té, incontro le due guide di ieri, le quali mi informano che la litania mattutina fa parte della preparazione ad un festival annuale chiamato Tazaungmon, o festival delle luci. Questo culminerà l’indomani nella notte della luna piena e marcherà l’inizio di un mese speciale, il Kahtein, durante il quale i fedeli offrono tuniche nuove alla comunità dei monaci. La litania mattutina continuerà tutti i giorni fino alla fine del festival. I miei amici non si limitano a spiegarmi del festival e, al vedermi attento, mentre bevo un caffé e mangio una frittella mi bombardano di nuovi vocaboli in lingua Palaung, che pretendono che io ripeta nell’immediatezza nonostante io cerca di farmi i cavoli miei, ancora assonnato dalla levataccia. Quando gli dico della nostra intenzione di farci una camminata per le montagne alla ricerca di un monastero in altura, si propongono come guide. Era nostra intenzione contrattarne uno dei due, ma visto la quantità di parole che rigurgitano al minuto, decido di privarmi della loro compagnia e declino educatamente con delle scuse, al ché loro si congedano ed escono alla ricerca di turisti. Ricerca vana, visto che alla guesthouse dove alloggiamo, l’unica di Namhsan, siamo solo noi, una ragazza coreana ed un ragazzo francese. È dura la vita delle guide quassù. Ci riuniamo alla sala da té e ci  incamminiamo lungo la strada centrale in direzione sud, attraversando la zona della lavorazione del té: dentro ogni casa, pittoreschi personaggi, alcuni dall’aspetto centenario, sono impegnati a separare il le foglie di té buone da quelle scadenti. Vecchietti che sfoggiano coloratissimi costumi tribali passeggiano sorreggendosi ad intarsiati bastoni. Sulla strada, un mare di foglie di té è posto ad essicare su stuoie di bambù intrecciato che poggiano sui marciapiedi e su parte della strada. Queste foglie hanno un odore pungente che impregna l’aria, rendendo il luogo affascinante e misterioso. In prossimità delle prime colline, lasciamo la strada asfaltata e ci avventuriamo all’interno di una piantagione di alberi del té enorme, percorrendone i filari ed osservando donne che ne raccolgono le foglie, riempendo poco a poco le gerle in juta che portano sulle spalle. Una volta ripreso il sentiero sterrato, incrociamo vari gruppi di donne che scendono verso Namhsan trasportando due enormi sacche piene di té a testa, sorreggendole sulla schiena con l’aiuto di una corda legata alla fronte; copricapi conici le riparano dal sole che a tratti spunta da dietro un cielo coperto da bianche e soffici nubi. C’è inoltre  parecchia gente che scende in paese a piedi o in motorino per acquistare benzina e cibarie. Attraversiamo poi una serie di villaggi dove sorridenti personaggi ci salutano e si stupiscono quando sfoggiamo un po’ del linguaggio Palaung appreso questa mattina, che miracolosamente si è fissato nella memoria nonostante l’ora. Seguiamo una vecchia mulattiera che sale gradualmente, circondata da natura rigogliosa e silenziosa. Il sole si è fatto spazio in cielo; siamo soli nel sentiero per almeno un altra ora fino quando finalmente, dopo oltre 3 ore di cammino durante le quali la temperatura continua ad abbassarsi, arriviamo al monastero di Ton Yu Priè, a piu di 2000mt di altitudine. Lì, nuvole bianche e candide accarezzano le colline, viaggiando veloci spinte da un fresco vento. Un gruppo di cavalli giovani e dall’aspetto curato pascolano in un prato sovrastato da una collina sulla cui cima spicca l’enorme statua di un Buddha seduto a gambe incrociate su di un letto di fiori di loto; veste una tunica marrone e scruta l’orizzonte, rivolto verso nord. Sparsi tra le colline vicine, una serie di stupa bianchi di diverse grandezze; la vallata si presenta a noi vasta, sovrastata da alte montagne che le fanno da sottofondo. Ci avviciniamo allo stupa principale e scorgiamo una monaca dalla testa rasata in tunica rosa, intenta a mettere dell’aglio ad essicare su di una stuoia rossa al suolo; appena ci vede sfoggia un sorriso sincero e fa cenno di avvicinarci. Non parla inglese ma coi gesti ci prega di seguirla; ci conduce ad un edificio...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><p>Mi sveglio di soprassalto, fuori dalla finestra è ancora buio. Guardo il telefono: sono le 5! Mi hanno svegliato rumorosissimi altoparlanti che trasmettono ripetitive litanie che non tendono a cessare. Fa freddo; mi metto uno spesso maglione ed esco a controllare. Pensavo fosse la piccola moschea che avevo visto nelle vicinanze il giorno prima, invece si tratta dei vecchi altoparlanti del tempio buddista in cima al colle, sul quale spicca importante la sua pagoda dorata. Il supplizio finisce alle 6, e visto che i raggi del sole stanno già illuminando il paese, esco a fare colazione in attesa di confermare col mio compagno di viaggio il trek al monastero sulle montagne.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n.jpg" rel="prettyphoto[3536]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-3542" alt="Treck al Monastero" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>I mercanti stanno aprendo le porte a fisarmonica dei loro negozi, espongono la merce e si preparano per la lunga giornata lavorativa. Nei negozietti di generi vari, coloratissime bustine monodose di shampoo, balsamo per capelli e detersivi vari, nonché caramelline e dolciumi appesi a corde che attraversano le ‘vetrine’, fanno da specchietto per le allodole ad una serie di articoli molto ricercati qui quali saponette, creme sbiancanti, accendini e fiammiferi, profumi e un infinità di piccole scatolette e tubini dal dubbio contenuto. Tutta la mercanzia è caratterizzata da una patina di polvere che ne vela le confezioni, facendole sembrare vecchie ed inappetibili. Un mercante cinese in braghe del pigiama, t-shirt ed un giaccone gabardin gessato mi sorride, mentre al suo lato un carismatico musulmano dalla barba lunga e bianca sta allestendo il suo banchetto. È un riparatore di ombrelli, e sul tavolo ha i ferri del mestiere: pacchi di raggi di varie lunghezze e dimensioni, ingranaggi centrali, viti vitine e bulloncini, scheletri di ombrelli con solo manico e asta centrale, barattoli di grasso ed olio oltre ad una serie di fondamentali cacciavitini di precisione. Ci sorride mentre si rimbocca la giacca a vento, riparandosi da una folata di vento freddo, poi si siede paziente e si mette le mani in tasca, osservando il via vai della strada che si fa sempre più intenso.</p>
<p>Alla sala da té, incontro le due guide di ieri, le quali mi informano che la litania mattutina fa parte della preparazione ad un festival annuale chiamato Tazaungmon, o festival delle luci. Questo culminerà l’indomani nella notte della luna piena e marcherà l’inizio di un mese speciale, il Kahtein, durante il quale i fedeli offrono tuniche nuove alla comunità dei monaci. La litania mattutina continuerà tutti i giorni fino alla fine del festival. I miei amici non si limitano a spiegarmi del festival e, al vedermi attento, mentre bevo un caffé e mangio una frittella mi bombardano di nuovi vocaboli in lingua Palaung, che pretendono che io ripeta nell’immediatezza nonostante io cerca di farmi i cavoli miei, ancora assonnato dalla levataccia. Quando gli dico della nostra intenzione di farci una camminata per le montagne alla ricerca di un monastero in altura, si propongono come guide. Era nostra intenzione contrattarne uno dei due, ma visto la quantità di parole che rigurgitano al minuto, decido di privarmi della loro compagnia e declino educatamente con delle scuse, al ché loro si congedano ed escono alla ricerca di turisti. Ricerca vana, visto che alla guesthouse dove alloggiamo, l’unica di Namhsan, siamo solo noi, una ragazza coreana ed un ragazzo francese. È dura la vita delle guide quassù.</p>
<p>Ci riuniamo alla sala da té e ci  incamminiamo lungo la strada centrale in direzione sud, attraversando la zona della lavorazione del té: dentro ogni casa, pittoreschi personaggi, alcuni dall’aspetto centenario, sono impegnati a separare il le foglie di té buone da quelle scadenti. Vecchietti che sfoggiano coloratissimi costumi tribali passeggiano sorreggendosi ad intarsiati bastoni. Sulla strada, un mare di foglie di té è posto ad essicare su stuoie di bambù intrecciato che poggiano sui marciapiedi e su parte della strada. Queste foglie hanno un odore pungente che impregna l’aria, rendendo il luogo affascinante e misterioso. In prossimità delle prime colline, lasciamo la strada asfaltata e ci avventuriamo all’interno di una piantagione di alberi del té enorme, percorrendone i filari ed osservando donne che ne raccolgono le foglie, riempendo poco a poco le gerle in juta che portano sulle spalle.</p>
<p>Una volta ripreso il sentiero sterrato, incrociamo vari gruppi di donne che scendono verso Namhsan trasportando due enormi sacche piene di té a testa, sorreggendole sulla schiena con l’aiuto di una corda legata alla fronte; copricapi conici le riparano dal sole che a tratti spunta da dietro un cielo coperto da bianche e soffici nubi. C’è inoltre  parecchia gente che scende in paese a piedi o in motorino per acquistare benzina e cibarie. Attraversiamo poi una serie di villaggi dove sorridenti personaggi ci salutano e si stupiscono quando sfoggiamo un po’ del linguaggio Palaung appreso questa mattina, che miracolosamente si è fissato nella memoria nonostante l’ora. Seguiamo una vecchia mulattiera che sale gradualmente, circondata da natura rigogliosa e silenziosa. Il sole si è fatto spazio in cielo; siamo soli nel sentiero per almeno un altra ora fino quando finalmente, dopo oltre 3 ore di cammino durante le quali la temperatura continua ad abbassarsi, arriviamo al monastero di Ton Yu Priè, a piu di 2000mt di altitudine.</p>
<p>Lì, nuvole bianche e candide accarezzano le colline, viaggiando veloci spinte da un fresco vento. Un gruppo di cavalli giovani e dall’aspetto curato pascolano in un prato sovrastato da una collina sulla cui cima spicca l’enorme statua di un Buddha seduto a gambe incrociate su di un letto di fiori di loto; veste una tunica marrone e scruta l’orizzonte, rivolto verso nord. Sparsi tra le colline vicine, una serie di stupa bianchi di diverse grandezze; la vallata si presenta a noi vasta, sovrastata da alte montagne che le fanno da sottofondo. Ci avviciniamo allo stupa principale e scorgiamo una monaca dalla testa rasata in tunica rosa, intenta a mettere dell’aglio ad essicare su di una stuoia rossa al suolo; appena ci vede sfoggia un sorriso sincero e fa cenno di avvicinarci. Non parla inglese ma coi gesti ci prega di seguirla; ci conduce ad un edificio che funge da cucina/sala del monastero. Al suo interno, ci sorprende la vista di due monaci in tunica bordeaux ed infradito, uno anziano e l’altro giovane, i quali ci accolgono come se ci stessero aspettando. Ci sediamo attorno ad un fuoco acceso in una buca del suolo, attorno al quale riposano e si scaldano due gatti infreddoliti, e sul quale si scalda una brocca piena di té nero. La stanza è annerita dalla fuliggine; tutto è scuro già che non ci sono finestre, l’unica luce entra da piccoli lucernari in varie parti del tetto a travi e lamiera ondulata.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n.jpg" rel="prettyphoto[3536]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-3543" alt="Treck al Monastero" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Stiamo in silenzio; i monaci restano seduti e cercano di intavolare una conversazione col poco inglese che il più giovane riesce a parlare, poi si alzano ed escono, salutandoci. Ci gustiamo la quiete mentre la monaca ci prepara da mangiare nella spartana cucina: del riso ed un curry di pesce salato e speziato all’estremo, nonché delle verdure cotte a noi sconosciute. La sorridente monaca ci fa compagnia finché non abbiamo finito, raccoglie i piatti, li porta in cucina e si dilegua pure lei, lasciandoci soli. È un momento magico; ci sdraiamo sulle panche di legno accanto al fuoco, bevendo té ed osservando i gatti che si litigano lo spazio più vicino al fuoco. Gli vanno cosi vicino che mi sorprende che non si scottino o che il pelo non gli prenda fuoco. Dopo un qualche tuono inizia a piovere: dapprima piano, a goccioline che appena si sentono sulla lamiera del tetto, poi violentemente, con goccioloni che bombardano l’arrugginita lamiera, acqua che si fa spazio tra le giunture della lamiera e penetra dentro alcune zone della stanza, scaglie di fuliggine che si staccano dal soffitto e cadono sporcando il suolo e depositandosi sui nostri maglioni e sulle nostre teste. Ci copriamo con due coperte e ci addormentiamo al suono tamburellante della pioggia&#8230;</p>
<p>Ci svegliamo che fa un freddo boia, l’aria è gelida e ci rendiamo conto di non essere attrezzati per queste temperature. Usciamo e ci portiamo verso un edificio a vetrate dal quale si scorge il Buddha in pietra, ma non più la vallata né i cavalli, ora coperti da nuvoloni bassi e fitti che entrano dalle finestre rotte e dagli infissi malandati. Attendiamo pazientemente che smetta di piovere forte e che l’aria si rischiari, cerchiamo i monaci e la monaca per salutarli e ringraziarli ma sono spariti, così ci incamminiamo. La pioggia va e viene ma lentamente ed inesorabilmente ci bagna tutti i vestiti. Nel fondo della vallata, scorgiamo un piccolo fiume che scorre copioso, e le risaie di color giallo circostanti che contrastano con il verde intenso dell’intorno e con le acque marroni del fiume. Ad un certo punto comincia a piovere così forte che benediciamo la vista di un conglomerato di case spartane in legno, dove ci vediamo costretti a rifugiarci dentro la casa di una famiglia locale molto povera ma incredibilmente accogliente. Il nucleo famigliare è composto da mamma, papà e 3 figlioletti maschi; tutti vestiti di panni improbabili e sporchi, sfoggiano facce sorridenti fuori misura che ci danno un immediato ed indescrivibile calore. Nella casa ci sono almeno una dozzina di persone, tutte molto sorprese della nostra presenza, ma nondimeno incuriosite e felici di avere un diversivo.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n.jpg" rel="prettyphoto[3536]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-3544" alt="Treck al Monastero" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Ravvivano la stufa con un po’ di legna e poi ci invitano a sedervi attorno al fuoco. Che bello riscaldarsi ed asciugare i vestiti bagnati fradici. Tra il ridere generale, socializziamo con gli amici della famiglia, cercando di comunicare col linguaggio universale. Ci offrono té e uno snack di ceci e spinaci, oltre a palline di zucchero nero. Noi gli regaliamo quasi tutto quello che abbiamo negli zaini: frutta e biscotti. È il capofamiglia che monitorizza la pioggia, all’esterno; abbiamo proposto di dormire lì se dovesse continuare a piovere forte, dopotutto siamo ad almeno un altra oretta e mezza di cammino da Namhsan e non possiamo marciare sotto l’acqua. Finalmente smette l’acquazzone ed inizia una pioggerellina debole che ci da la forza di ripartire. Ci congediamo dalla gentilissima famiglia quasi commossi dalla loro ospitalità.</p>
<p>Ma non è stata un’idea brillante. Il sentiero è fangoso a dismisura, sabbia e terra nascondono insediosi pietroni che mettono alla dura prova le mie scarpe, che stanno tirando le ultime. La pioggia continua inclemente. Raggiungiamo la periferia di Namhsan che il sole è oramai calato, e raccogliamo la forza fisica e mentale per affrontare gli ultimi chilometri. Sono stanco e spossato, con le ossa che doulono, ma dentro sto maturando una grande soddisfazione per il successo dell’escursione. In paese, i bambini addobbano le entrate delle dimore con file di candele accese e scoppiano rumorosi petardi. Ci concediamo una cena di zuppa di noodles e tofu, seguita da una doccia veloce e da un sigarettino cheerot, prima di abbandonarci, in branda, tra le braccia di Morfeo.</p>
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		<item>
		<title>SHAN STATE &#8211; ARRIVO A NAMHSAN &#8211; Parte 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Nov 2013 08:07:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Namshan]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Storie di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Hsipaw è una cittadina avanposto situata sulla strada per la Cina e popolata da gente appartenente all’etnia Shan. È qui che abbiamo fatto sosta dopo essere partiti da Mandalay in direzione nord-est, verso le montagne. La sveglia è di buon ora, prepariamo gli zaini e visto che è ancora presto ci concediamo una colazione in una caffetteria vicino al mercato dove ci propinano caffè annacquato e frittelle unte ma gustose. Al rientro alla guesthouse, il minivan sta aspettandoci; ci imbarchiamo sul retro del mezzo già stracarico di gente e sacchi di mercanzia e intraprendiamo il viaggio per Namhsan, verso le montagne. Il furgoncino si inerpica su di una strada asaltata solo a metà. Il viaggio diventa sempre più interessante man mano che ci allontaniamo da Hsipaw: i villaggi si fanno più radi e la gente cambia di etnia. L’asfalto ad un certo punto scompare del tutto, la polvere invade l’abitacolo e si cominciano a scorgere villaggi sempre piu primitivi, abitati da gente dalla pelle scura e dai tratti principalmente cinesi. Arriviamo a destinazione dopo ben 7 ore di calvario (per i miseri 80 chilometri&#8230;), tra salti e sbalzi su strade che spesso si convertono in cammini di pietra, con i corpi che duolono e un bisogno impellente di una doccia e di un bicchiere d’acqua. E posso dirvi che valeva la pena: montagne e montagne nel cuore del Myanmar, colline coronate da villaggi nel mezzo di giungle, boschi di bambù e piantagioni di té. E nella parte bassa del fiume, risaie di un giallo ocra che contrasta col verde intenso dell’intorno e col marrone delle acque torbide. Il dormiente paesone di Namhsan, un tempo capitale dell’antico Regno Shan di Tawngpeng, è abbarbicato tra i monti ad un’elevazione di 1800-2000 metri sul livello del mare, e funge quindi da belvedere ad una serie di montagne e colline che lo circondano. Alcune di queste colline sono coperte da piantagioni di té, altre da piantagioni di papaveri, queste piu discretamente nascoste alla vista&#8230; L’industria del té è la maggior risorsa della zona e dà lavoro a parecchi degli abitanti di Namhsan e dei dormienti paesi dei dintorni, gente amichevole di etnia Shwe (Golden) Palaung che vive in case di legno a uno o due piani coperte da tetti di lamiera arrugginita. Il nome Golden viene dalle cinture che indossano, appunto dorate. Questa etnia in passato indossava pure cinture in argento, ma l’alluminio ha da tempo preso il suo posto. A Namhsan sono pure presenti, in minoranza, gruppi etnici e tribali Kayin, Lisu e Shan, nonché indiani e cinesi. Il nome Namhsan significa ‘acque tremanti’; il paese fu così chiamato perché situato su di una palude che veniva allagata spesso durante il periodo delle piogge. I tempi d’oro di Namhsan furono il periodo dal 1920 al 1930 quando prosperò grazie alla presenza di miniere d&#8217;argento nonché, appunto, dall’industria del té. Posiamo gli zaini nell’unica guesthouse della zona, situata sulla strada principale: un grande casone in legno stile cinese dipinto di verde, a due piani, e gestito da ufficiali del governo. Ci impossessiamo di una stanza costruita interamente in legno, di dimensione piccolissima e con bagno esterno, ma con una finestra che dà sul retro della struttura; soddisfiamo i bisogni primari ed usciamo ad esplorare i dintorni. Sono le tre, e il sole già comincia a calare dietro le cime dei monti. Namhsan è praticamente un largo stradone sulla cresta di una montagna ai cui lati vi sono verdi vallate e viste sui paesi sottostanti. È certamente più grande e più pittoresco di quel che immaginavamo. I locali ti regalano un mengalaba (hallo) quando ti incrociano, guardandoti incuriositi. Veniamo subito avvicinati da due ‘guide’ del posto che ci invitano a bere un té in una delle tradizionali teahouses del paese. Sembra che questa sia una delle attività predilette dai locali. Ci si siede in sgabelli bassi e ti viene servito in un tavolone fatto di assi di legno un termos di plastica tappato da un tappo di sughero il quale ritiene il tepore e la freschezza della bevanda scura che contiene: Le Peyé. La teahouse è buia; teiere, piatti, scodelle, muri e bancone sono coperti da una fuliggine formata dal fuoco a legna che arde in continuazione per scaldare acqua che riempirà le caraffe del té. La televisione a schermo piatto (!) è sotto il controllo di uno degli avventori, il quale pratica l’internazionale abitudine dello zapping, passando da news a documentari, a sport e telenovele, in un infinito cambio di canali ad un’intermittenza di circa 5 minuti per sessione, il ché non lascia il tempo di fidelizzarsi ad uno dei programmi. Seguiamo poi i nostri nuovi amici per una passeggiata ad un belvedere in cima ad un colle, dove osserviamo uno stupendo tramonto multicolore. Socializziamo con loro facendo le curiose domande del caso, mentre le nostre macchine fotografiche immortalano i magici colori di un tramonto spettacolare. Dalla chiacchierata scopriamo che Namhsan è di fatto una zona conflittiva e che il paese marca la fine della zona dove viaggiare è permesso agli stranieri. I guerrieri del fronte di liberazione Shan combattono da anni una battaglia più psicologica che reale con soldati del governo centrale. Queste rappresaglie provocano tensioni che spesso risultano in divieti di visitare questa regione, col governo che applica l’off-limit alle rotte di trekking per ovvi rischi di rappresaglie verso gli stranieri. Nonostante ciò, i due nuovi amici mostrano una predisposizione a chiacchierare e ad aiutarci nella nostra ricerca di zone da scoprire. In effetti la ragione che ci ha spinto fin qui è principalmente che Namhsan è un ottimo punto di partenza per i trekking nella zona, ed inoltre perché è abbastanza poco battuto dai turisti grazie alle terribili condizioni delle strade che lo raggiungono. Le strade sono problematiche soprattutto durante la raccolta del té che si svolge tra aprile ed agosto, quando la rotta per Namhsan è spesso bloccata da camion carichi all’inverosinile e talmente pesanti che si impantanano nella terra bagnata. Una delle due ‘guide’ ci lascia; invitiamo il...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/PA281718-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><div id="attachment_3333" style="width: 138px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-2.jpg" rel="prettyphoto[3318]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3333" class=" wp-image-3333   " alt="Walking in Namshan" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-2-200x300.jpg" width="128" height="192" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-2-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-2-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-2-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-2-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-2.jpg 640w" sizes="(max-width: 128px) 100vw, 128px" /></a><p id="caption-attachment-3333" class="wp-caption-text">Abitanti del villaggio</p></div>
<p>Hsipaw è una cittadina avanposto situata sulla strada per la Cina e popolata da gente appartenente all’etnia Shan. È qui che abbiamo fatto sosta dopo essere partiti da Mandalay in direzione nord-est, verso le montagne. La sveglia è di buon ora, prepariamo gli zaini e visto che è ancora presto ci concediamo una colazione in una caffetteria vicino al mercato dove ci propinano caffè annacquato e frittelle unte ma gustose. Al rientro alla guesthouse, il minivan sta aspettandoci; ci imbarchiamo sul retro del mezzo già stracarico di gente e sacchi di mercanzia e intraprendiamo il viaggio per Namhsan, verso le montagne. Il furgoncino si inerpica su di una strada asaltata solo a metà. Il viaggio diventa sempre più interessante man mano che ci allontaniamo da Hsipaw: i villaggi si fanno più radi e la gente cambia di etnia. L’asfalto ad un certo punto scompare del tutto, la polvere invade l’abitacolo e si cominciano a scorgere villaggi sempre piu primitivi, abitati da gente dalla pelle scura e dai tratti principalmente cinesi. Arriviamo a destinazione dopo ben 7 ore di calvario (per i miseri 80 chilometri&#8230;), tra salti e sbalzi su strade che spesso si convertono in cammini di pietra, con i corpi che duolono e un bisogno impellente di una doccia e di un bicchiere d’acqua.</p>
<p>E posso dirvi che valeva la pena: montagne e montagne nel cuore del Myanmar, colline coronate da villaggi nel mezzo di giungle, boschi di bambù e piantagioni di té. E nella parte bassa del fiume, risaie di un giallo ocra che contrasta col verde intenso dell’intorno e col marrone delle acque torbide.</p>
<div id="attachment_3321" style="width: 138px" class="wp-caption alignright"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/405035_10151295387221140_1283741496_n.jpg" rel="prettyphoto[3318]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3321" class=" wp-image-3321  " alt="Namshan" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/405035_10151295387221140_1283741496_n-200x300.jpg" width="128" height="192" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/405035_10151295387221140_1283741496_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/405035_10151295387221140_1283741496_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/405035_10151295387221140_1283741496_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/405035_10151295387221140_1283741496_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/405035_10151295387221140_1283741496_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 128px) 100vw, 128px" /></a><p id="caption-attachment-3321" class="wp-caption-text">Donna Shan</p></div>
<p>Il dormiente paesone di Namhsan, un tempo capitale dell’antico Regno Shan di Tawngpeng, è abbarbicato tra i monti ad un’elevazione di 1800-2000 metri sul livello del mare, e funge quindi da belvedere ad una serie di montagne e colline che lo circondano. Alcune di queste colline sono coperte da piantagioni di té, altre da piantagioni di papaveri, queste piu discretamente nascoste alla vista&#8230; L’industria del té è la maggior risorsa della zona e dà lavoro a parecchi degli abitanti di Namhsan e dei dormienti paesi dei dintorni, gente amichevole di etnia Shwe (Golden) Palaung che vive in case di legno a uno o due piani coperte da tetti di lamiera arrugginita. Il nome Golden viene dalle cinture che indossano, appunto dorate. Questa etnia in passato indossava pure cinture in argento, ma l’alluminio ha da tempo preso il suo posto. A Namhsan sono pure presenti, in minoranza, gruppi etnici e tribali Kayin, Lisu e Shan, nonché indiani e cinesi. Il nome Namhsan significa ‘acque tremanti’; il paese fu così chiamato perché situato su di una palude che veniva allagata spesso durante il periodo delle piogge. I tempi d’oro di Namhsan furono il periodo dal 1920 al 1930 quando prosperò grazie alla presenza di miniere d&#8217;argento nonché, appunto, dall’industria del té.</p>
<div id="attachment_3323" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Girl-with-tanaka.jpg" rel="prettyphoto[3318]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3323" class=" wp-image-3323 " alt="Namshan" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Girl-with-tanaka-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Girl-with-tanaka-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Girl-with-tanaka-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Girl-with-tanaka-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Girl-with-tanaka-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/Girl-with-tanaka.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3323" class="wp-caption-text">Ragazza locale</p></div>
<p>Posiamo gli zaini nell’unica guesthouse della zona, situata sulla strada principale: un grande casone in legno stile cinese dipinto di verde, a due piani, e gestito da ufficiali del governo. Ci impossessiamo di una stanza costruita interamente in legno, di dimensione piccolissima e con bagno esterno, ma con una finestra che dà sul retro della struttura; soddisfiamo i bisogni primari ed usciamo ad esplorare i dintorni. Sono le tre, e il sole già comincia a calare dietro le cime dei monti. Namhsan è praticamente un largo stradone sulla cresta di una montagna ai cui lati vi sono verdi vallate e viste sui paesi sottostanti. È certamente più grande e più pittoresco di quel che immaginavamo. I locali ti regalano un mengalaba (hallo) quando ti incrociano, guardandoti incuriositi.</p>
<p>Veniamo subito avvicinati da due ‘guide’ del posto che ci invitano a bere un té in una delle tradizionali teahouses del paese. Sembra che questa sia una delle attività predilette dai locali. Ci si siede in sgabelli bassi e ti viene servito in un tavolone fatto di assi di legno un termos di plastica tappato da un tappo di sughero il quale ritiene il tepore e la freschezza della bevanda scura che contiene: Le Peyé. La teahouse è buia; teiere, piatti, scodelle, muri e bancone sono coperti da una fuliggine formata dal fuoco a legna che arde in continuazione per scaldare acqua che riempirà le caraffe del té. La televisione a schermo piatto (!) è sotto il controllo di uno degli avventori, il quale pratica l’internazionale abitudine dello zapping, passando da news a documentari, a sport e telenovele, in un infinito cambio di canali ad un’intermittenza di circa 5 minuti per sessione, il ché non lascia il tempo di fidelizzarsi ad uno dei programmi.</p>
<div id="attachment_3334" style="width: 170px" class="wp-caption alignright"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager.jpg" rel="prettyphoto[3318]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3334" class=" wp-image-3334 " alt="Namshan" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/tribal-villager.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3334" class="wp-caption-text">Un abitante del villaggio</p></div>
<p>Seguiamo poi i nostri nuovi amici per una passeggiata ad un belvedere in cima ad un colle, dove osserviamo uno stupendo tramonto multicolore. Socializziamo con loro facendo le curiose domande del caso, mentre le nostre macchine fotografiche immortalano i magici colori di un tramonto spettacolare.</p>
<p>Dalla chiacchierata scopriamo che Namhsan è di fatto una zona conflittiva e che il paese marca la fine della zona dove viaggiare è permesso agli stranieri. I guerrieri del fronte di liberazione Shan combattono da anni una battaglia più psicologica che reale con soldati del governo centrale. Queste rappresaglie provocano tensioni che spesso risultano in divieti di visitare questa regione, col governo che applica l’off-limit alle rotte di trekking per ovvi rischi di rappresaglie verso gli stranieri. Nonostante ciò, i due nuovi amici mostrano una predisposizione a chiacchierare e ad aiutarci nella nostra ricerca di zone da scoprire. In effetti la ragione che ci ha spinto fin qui è principalmente che Namhsan è un ottimo punto di partenza per i trekking nella zona, ed inoltre perché è abbastanza poco battuto dai turisti grazie alle terribili condizioni delle strade che lo raggiungono. Le strade sono problematiche soprattutto durante la raccolta del té che si svolge tra aprile ed agosto, quando la rotta per Namhsan è spesso bloccata da camion carichi all’inverosinile e talmente pesanti che si impantanano nella terra bagnata.</p>
<p>Una delle due ‘guide’ ci lascia; invitiamo il simpatico Samir, l’altro dei due, a mangiare in un ristorantino gestito da cinesi, dove ci consiglia una buonissima ciotola di piccantissimi Shan Noodles, il piatto tipico della zona. In seguito passeggiamo fino a casa sua, poco lontano, dove sua moglie ci prepara un té (tanto per cambiare) e lui tira fuori una chitarra che ci passiamo a turno, intonando melodie e chiacchierando del più e del meno. Dopo un’oretta ci congediamo; la strada principale è buia e pressoché deserta, la temperatura è gradevole, e un’arietta fresca arriva dai monti. Un aura di mistero avvolge Namhsan a quest’ora della sera, sono solo le 8 ma c’è silenzio, negozi e ristorantini hanno chiuso i battenti, e così pure le sale da té. Qui si va in branda presto.</p>
<p>Siamo stanchi ma soddisfatti. L’indomani inizieremo l’esplorazione delle montagne. Namhsan era proprio il posto che cercavamo. Qui ogni tentativo di contatto col mondo esterno e’ futile. Commentiamo la giornata mentre la temperatura scende, e ci copriamo con le pesanti coperte messe a disposizione.</p>
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		<title>VIAGGIO AD INLE LAKE &#8211; IN AUTOSTOP &#8211; PARTE 3</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Oct 2013 19:40:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inle]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Autostop]]></category>
		<category><![CDATA[Lago Inle]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Oggi lascio che la provvidenza ed il caso mi portino con sé, come spesso faccio del resto. Riempio lo zainetto con frutta e snacks acquistati al mercato e m’incammino verso il lontano villaggio di Inthein, nella zona sud-occidentale del lago, sperando di arrivarci visto che le strade segnate dalla mappa non sono poi molto chiare. Dopo soli 10 minuti di cammino tra pacifiche strade di campagna, alzo la mano per fare autostop e fermo un giovane su di un motorino che ha visto tempi migliori; accetta senza fare storie di darmi un passaggio e mi porta fino alle sorgenti calde dove siamo stati ieri. Da qui mi incammino di nuovo; il lago e le campagne alla mia sinistra, le montagne sormontate da nubi bianche alla mia destra. Dopo soli 5 minuti di passeggiata durante la quale assorbo le bellezze circostanti, un altro giovane in motorino si ferma senza nemmeno che io alzi la mano. Il suo inglese è scarso, ma ci capiamo e mi invita a salire sul suo mezzo semi-nuovo, del quale sembra andare fierissimo. È ben vestito e continua a girarsi verso di me e a parlare mentre guida; la motoretta solleva un polverone tremendo che mi entra in gola, e non capisco nulla di quello che mi dice. Quando capisce che che la mia intenzione è di arrivare a Inthein, ferma la moto e scoppia in una risata non offensiva. Mi fa capire che ci sono almeno altri 15 chilometri di strada sterrata polverosa e senza trasporti pubblici. Gli dico che non fa nulla, e gli faccio cenno di proseguire; passiamo il villaggio di Kaung Daing e arriviamo infine al suo paese, Lin Kin. Si ferma al bivio con la strada principale dove scendo e lo ringrazio. Mi guarda smarrito, è dispiaciuto che io non lo segua fino al suo villaggio, dove avrei conosciuto la sua famiglia, o che non accetti il suo consiglio di non proseguire. Mi guarda allontanarmi senza muoversi dal punto dove si è fermato, finché non lo perdo di vista. Arrivo in prossimità di un hotel e noto un furgone che sta scaricando mercanzia per il ristorante. Entro nel locale e cerco di spiegarmi con l’autista e col titolare. Risulta che il camion va proprio a Inthein a consegnare cibarie e bevande! Entrambi parlottano un po’ e scuotono la testa. Da un lato vorrebbero aiutarmi, ma da quanto ho inteso, il giovane non vuole prendersi la responsabilità di portare con sé uno straniero. In più, mi spiega il titolare del ristorante in un inglese appena accettabile, il cielo minaccia pioggia e se dovesse piovere, questa strada si infangherebbe in tal modo che per il ragazzo risulterebbe impossibile rientrare col pesante mezzo, e io ne rimarrei bloccato con lui, cosa che al ragazzo non va a genio. Capisco e non voglio metterli in imbarazzo più di quanto ho già fatto. Esco ad osservare il cielo: grossi e minacciosi nuvoloni neri si avvicinano da tutte le direzioni. Decido mio malgrado, vista anche l’ora, di rinunciare alla missione, e torno sui miei passi. Tornato a Lin Kin, mi siedo in una casa da té e mi rilasso bevendo Le Peyé (nome che i locali danno al té nero) mentre socializzo con i proprietari e tutta la loro famiglia che mi osserva curiosa. Sulla strada, un ragazzino passa davanti al mio tavolo a cavallo di un bufalo dalle grandi corna e dall’enorme pene penzolante. Il bimbetto avrà sì e no 10 anni e ha già l’aria del contadino adulto, con le sue infradito, un cappello più grande della sua testa e a tracolla il tradizionale marsupio birmano. Non si sa bene chi di noi due guardi l’altro con più curiosità. Tutto intorno, scorci di vita contadina: campi coltivati, colline coltivate a piante da frutta, baracche ordinate fatte di bambù e col tetto in lamiera. Di fronte alla casa da té scorgo l’entrata ad arco di un tempio buddista. Pago il té, saluto la simpatica famiglia e attraverso la strada. Nel cortile del tempio intrattengo famiglie di una tribù dai vestiti e copricapi particolari e variopinti, facendo foto ai bambini e mostrandogliele nel quadrante della Canon: sono esterefatti. Peccato non abbia con me una Polaroid per potergliene stampare una. Più in là, un gruppo di giovani monaci in tunica arancione gioca animatamente facendo ruotare con l’aiuto di una corda trottole rudimentali scolpite nel legno. Al mio tentativo di scattare una foto del campo giochi, mollano il tutto e si dileguano frettolosi, con aria preoccupata; alcuni, i più piccoli in particolare, si nascondono dentro gli edifici del tempio e si rifiutano di uscire, le loro espressioni spaventate. I piu grandicelli invece tornano fuori da dietro un’enorme tronco di un gigantesco albero dove si erano rifugiati, mi guardano con poca fiducia e si rimettono a giocare, ma non appena faccio cenno a portare la Canon all’occhio per scattare una foto, via che si dileguano di nuovo. No pictures, bofonchia uno di loro in inglese. Rispetto il loro volere e mi porto all’interno del tempio, dove c’è chi mangia, chi prega e chi beve té. Faccio amicizia con qualche personaggio tra i più propensi a socializzare, scatto qualche foto a loro ed ad alcuni monaci adolescenti e me ne torno sulla strada principale intenzionato a rientrare per evitare l’acquazzone in arrivo. Fare l’autostop mi piace. Un altro giovane dall’inglese inesistente mi porta fino all’intersezione per Nyaungshwe, e dopo pochi minuti si ferma ad assistermi un uomo sovrappeso su di una sgangherata moto. Non sono molto convinto di questo passaggio, ma le nuvole sono sempre piu vicine e so che pioverà, è questione di tempo. Salgo e si parte; devo tenere le gambe a penzoloni per l’assenza di pedaline, impresa ardua lungo un tragitto dove il ciccione fa una media dei 10 all’ora e sembra voler centrare tutte le buche esistenti. Ha un aria beata e sorridente, come un enorme Buddha dei giorni nostri. Arriviamo a Nyaungshwe sani e salvi, e come di consueto, lo ringrazio e lui riparte soddisfatto di...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-women-monks-breakfast-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><div id="attachment_3221" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-boy-buffalo.jpg" rel="prettyphoto[3217]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3221" class=" wp-image-3221 " alt="Autostop" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-boy-buffalo-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-boy-buffalo-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-boy-buffalo-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-boy-buffalo-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-boy-buffalo-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-boy-buffalo.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3221" class="wp-caption-text">ragazzo a cavallo di un bufalo d&#8217;acqua</p></div>
<p>Oggi lascio che la provvidenza ed il caso mi portino con sé, come spesso faccio del resto. Riempio lo zainetto con frutta e snacks acquistati al mercato e m’incammino verso il lontano villaggio di Inthein, nella zona sud-occidentale del lago, sperando di arrivarci visto che le strade segnate dalla mappa non sono poi molto chiare. Dopo soli 10 minuti di cammino tra pacifiche strade di campagna, alzo la mano per fare autostop e fermo un giovane su di un motorino che ha visto tempi migliori; accetta senza fare storie di darmi un passaggio e mi porta fino alle sorgenti calde dove siamo stati ieri. Da qui mi incammino di nuovo; il lago e le campagne alla mia sinistra, le montagne sormontate da nubi bianche alla mia destra.</p>
<p>Dopo soli 5 minuti di passeggiata durante la quale assorbo le bellezze circostanti, un altro giovane in motorino si ferma senza nemmeno che io alzi la mano. Il suo inglese è scarso, ma ci capiamo e mi invita a salire sul suo mezzo semi-nuovo, del quale sembra andare fierissimo. È ben vestito e continua a girarsi verso di me e a parlare mentre guida; la motoretta solleva un polverone tremendo che mi entra in gola, e non capisco nulla di quello che mi dice. Quando capisce che che la mia intenzione è di arrivare a Inthein, ferma la moto e scoppia in una risata non offensiva. Mi fa capire che ci sono almeno altri 15 chilometri di strada sterrata polverosa e senza trasporti pubblici. Gli dico che non fa nulla, e gli faccio cenno di proseguire; passiamo il villaggio di Kaung Daing e arriviamo infine al suo paese, Lin Kin. Si ferma al bivio con la strada principale dove scendo e lo ringrazio. Mi guarda smarrito, è dispiaciuto che io non lo segua fino al suo villaggio, dove avrei conosciuto la sua famiglia, o che non accetti il suo consiglio di non proseguire. Mi guarda allontanarmi senza muoversi dal punto dove si è fermato, finché non lo perdo di vista.</p>
<p>Arrivo in prossimità di un hotel e noto un furgone che sta scaricando mercanzia per il ristorante. Entro nel locale e cerco di spiegarmi con l’autista e col titolare. Risulta che il camion va proprio a Inthein a consegnare cibarie e bevande! Entrambi parlottano un po’ e scuotono la testa. Da un lato vorrebbero aiutarmi, ma da quanto ho inteso, il giovane non vuole prendersi la responsabilità di portare con sé uno straniero. In più, mi spiega il titolare del ristorante in un inglese appena accettabile, il cielo minaccia pioggia e se dovesse piovere, questa strada si infangherebbe in tal modo che per il ragazzo risulterebbe impossibile rientrare col pesante mezzo, e io ne rimarrei bloccato con lui, cosa che al ragazzo non va a genio. Capisco e non voglio metterli in imbarazzo più di quanto ho già fatto. Esco ad osservare il cielo: grossi e minacciosi nuvoloni neri si avvicinano da tutte le direzioni. Decido mio malgrado, vista anche l’ora, di rinunciare alla missione, e torno sui miei passi.</p>
<div id="attachment_3222" style="width: 170px" class="wp-caption alignright"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-monk.jpg" rel="prettyphoto[3217]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3222" class=" wp-image-3222 " alt="Autostop" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-monk-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-monk-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-monk-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-monk-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-monk-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-lin-kin-monk.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3222" class="wp-caption-text">Monaco a Lin Kin</p></div>
<p>Tornato a Lin Kin, mi siedo in una casa da té e mi rilasso bevendo Le Peyé (nome che i locali danno al té nero) mentre socializzo con i proprietari e tutta la loro famiglia che mi osserva curiosa. Sulla strada, un ragazzino passa davanti al mio tavolo a cavallo di un bufalo dalle grandi corna e dall’enorme pene penzolante. Il bimbetto avrà sì e no 10 anni e ha già l’aria del contadino adulto, con le sue infradito, un cappello più grande della sua testa e a tracolla il tradizionale marsupio birmano. Non si sa bene chi di noi due guardi l’altro con più curiosità. Tutto intorno, scorci di vita contadina: campi coltivati, colline coltivate a piante da frutta, baracche ordinate fatte di bambù e col tetto in lamiera. Di fronte alla casa da té scorgo l’entrata ad arco di un tempio buddista. Pago il té, saluto la simpatica famiglia e attraverso la strada.</p>
<p>Nel cortile del tempio intrattengo famiglie di una tribù dai vestiti e copricapi particolari e variopinti, facendo foto ai bambini e mostrandogliele nel quadrante della Canon: sono esterefatti. Peccato non abbia con me una Polaroid per potergliene stampare una. Più in là, un gruppo di giovani monaci in tunica arancione gioca animatamente facendo ruotare con l’aiuto di una corda trottole rudimentali scolpite nel legno. Al mio tentativo di scattare una foto del campo giochi, mollano il tutto e si dileguano frettolosi, con aria preoccupata; alcuni, i più piccoli in particolare, si nascondono dentro gli edifici del tempio e si rifiutano di uscire, le loro espressioni spaventate. I piu grandicelli invece tornano fuori da dietro un’enorme tronco di un gigantesco albero dove si erano rifugiati, mi guardano con poca fiducia e si rimettono a giocare, ma non appena faccio cenno a portare la Canon all’occhio per scattare una foto, via che si dileguano di nuovo. No pictures, bofonchia uno di loro in inglese. Rispetto il loro volere e mi porto all’interno del tempio, dove c’è chi mangia, chi prega e chi beve té. Faccio amicizia con qualche personaggio tra i più propensi a socializzare, scatto qualche foto a loro ed ad alcuni monaci adolescenti e me ne torno sulla strada principale intenzionato a rientrare per evitare l’acquazzone in arrivo.</p>
<p>Fare l’autostop mi piace. Un altro giovane dall’inglese inesistente mi porta fino all’intersezione per Nyaungshwe, e dopo pochi minuti si ferma ad assistermi un uomo sovrappeso su di una sgangherata moto. Non sono molto convinto di questo passaggio, ma le nuvole sono sempre piu vicine e so che pioverà, è questione di tempo. Salgo e si parte; devo tenere le gambe a penzoloni per l’assenza di pedaline, impresa ardua lungo un tragitto dove il ciccione fa una media dei 10 all’ora e sembra voler centrare tutte le buche esistenti. Ha un aria beata e sorridente, come un enorme Buddha dei giorni nostri. Arriviamo a Nyaungshwe sani e salvi, e come di consueto, lo ringrazio e lui riparte soddisfatto di aver potuto aiutarmi.</p>
<div id="attachment_3223" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-monks-and-flip-flops-2.jpg" rel="prettyphoto[3217]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3223" class=" wp-image-3223 " alt="Autostop" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-monks-and-flip-flops-2-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-monks-and-flip-flops-2-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-monks-and-flip-flops-2-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-monks-and-flip-flops-2-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-monks-and-flip-flops-2-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-monks-and-flip-flops-2.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3223" class="wp-caption-text">Un monaco entra in un tempio</p></div>
<p>È stata un’allegra gita che mi ha dato la possibilità di mescolarmi alla gente del posto, appurando che la maggior parte parla un inglese scarso o inesistente, che si fanno in quattro per aiutarti e che in loro si nota la voglia di rapportarsi con i forestieri. È metà pomeriggio. Mi fermo in un simpatico ristorantino sito in una strada laterale, dove mangio un insalata di mango accompagnata da un sostanzioso banana lassi mentre osservo il cielo scaricare un acquazzone tropicale che in soli 15 minuti inzuppa le polverose strade del paese.</p>
<p>Al porto, come di consueto il viavai di barche in legno che navigano il canale è intenso. Il sole si fa spazio tra i nuvoloni neri e colpisce i versanti occidentali dei monti. Il lago Inle si è rivelato un posto veramente piacevole, una tappa obbligatoria di un viaggio in Birmania. Peccato che presto sarà l’ora di ripartire.</p>
<p>The post <a href="https://asianitinerary.com/it/viaggio-ad-inle-lake-in-autostop-parte-3/">VIAGGIO AD INLE LAKE &#8211; IN AUTOSTOP &#8211; PARTE 3</a> appeared first on <a href="https://asianitinerary.com/it/">Asian Itinerary</a>.</p>
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		<title>VIAGGIO AL LAGO INLE &#8211; IN BICI ATTORNO AL LAGO PARTE 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2013 19:31:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bicycle]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Inle Lake]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Inle]]></category>
		<category><![CDATA[Lago Inle]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Storie di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Travel tale]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Pur essendo una località turistica, Nyaungshwe è ancora il principale centro del commercio per i villaggi locali, nonché il punto di partenza delle produzioni artigianali dal lago verso il resto del paese. Barche lunghe e motorizzate trasportano i visitatori a villaggi tribali palafittati, fattorie e giardini galleggianti, pagode e galleggianti botteghe artigianali e della seta. La maggior parte delle costruzioni sul lago sono erette su palafitte, e le attività vengono svolte su piccole barche a remi o a motore che schizzano lente o veloci lungo i canali, e che trasportano persone e merci. La voglia di vivere queste situazioni da vicino ci spingono a noleggiare biciclette dal gestore della guest house e, cavalcandole con la foga di bambini a cui è stato dato un nuovo regalo, partiamo in direzione sud alla ricerca di vita. Lasciato il paese ed attraversato il ponte sul canale, il caos del lungofiume scompare, dando posto alla tranquilla campagna: campi di riso in crescita, enormi stagni popolati da rigogliosi piante di loto in fiore, bufali che fanno il bagno noncuranti della presenza umana, contadini che lavorano la terra e sorridono al nostro lento passaggio. Poco lontano, le montagne iniziano ad essere illuminate da un debole sole mattutino che si fa sempre più intenso. Il sentiero è sterrato e i trattori e le motorette che lo transitano sollevano un gran polverone, inclementi. Dopo una pedalata di circa un’ora raggiungiamo le sorgenti calde Hu Pin Hot Springs nella località di Kaung Daing, un villaggio Intha conosciuto per la produzione del tofu da fagioli gialli invece che verdi. Lì ci concediamo una serie di bagni bollenti e rilassanti. L’acqua calda proviene da una sorgente naturale a monte che viene ridiretta in tre diverse vasche, a valle, dove è mescolata con acqua fredda. L’acqua della prima vasca è a 70 gradi centigradi &#8211; inutilizzabile -, si passa poi ai caldissimi 50 gradi della seconda vasca per arrivare agli accettabili 40 gradi della terza. È presto e siamo i primi ad entrare; ci godiamo la quiete mattutina e ristoriamo ossa e muscoli stanchi dalla pedalata. Mangiamo un pasto soddisfacente di pesce di lago al ristorante palafittato del complesso, e ripartiamo poi alla ricerca di un imbarco sul versante ovest del lago, direzione sud. Dopo una serie di contrattazioni, alcune caratterizzate da accese discussioni su prezzo e destinazione dapprima con una coppia di contadini, poi con un gruppo di giovani che caricano sulla barca enormi sacchi di juta pieni di arance, infine accordiamo un passaggio per il tempio di Phaung Dew Oo Paya con un barcaiolo che stava partendo vuoto. Tra noi e le biciclette, in un baleno gli riempiamo la barca. Il barcaiolo ci fa capire che è tardi e che il suo è un viaggio di sola andata. Non ci preoccupiamo più di tanto e ci godiamo il viaggio panoramico in barca. Il tragitto è a dir poco interessante; affianchiamo e superiamo barche stracolme di famiglie e di grandi gruppi di gente che dai villaggi circostanti si dirigono al tempio per il festival annuale. Oggi è un giorno speciale per il Phaung Dew Oo Paya, che rappresenta il più importante luogo sacro nello stato dello Shan del Sud. Dentro alla sua pagoda dal tetto multistrato, questo colorato tempio ospita quattro antiche immagini del Buddha, alle quali i fedeli applicano foglioline d’oro che li hanno trasformati, negli anni, in masse dorate amorfe. Una volta all’anno, queste immagini, che normalmente sono custodite in bella mostra dentro un padilione all’interno della pagoda, vengono portate da una chiatta ornata in cerimonia attorno al lago. All’arrivo, scarichiamo le biciclette, le leghiamo ad un palo della luce sotto lo sguardo curioso dei tanti presenti nella piazza del tempio, e ci apprestiamo a goderci il momento. Ci siamo persi la cerimonia principale, ma riusciamo nonostante a vedere parte del festival. Ci sono famiglie locali, alcune che vengono da villaggi contingui, altre dalle colline circostanti. Sfoggiano vestiti e costumi sgargianti, collane di pietre, amuleti, e portano offerte di cibo, bevande e foglie dorate per il Buddha. Gruppi di allegri giovani vestono indumenti tradizionali dei contadini della zona e ballano e cantano, promuovendo il riciclo, la salvaguardia dell’ambiente e l’importanza di dare educazione ai giovani. Banchetti improvvisati vendono cibo locale quale frittelle di riso, roti, curry vari e dolciumi, nonché palloncini ed acquiloni per i più piccoli, e varie riproduzioni in miniatura delle reliquie e della pagoda per i visitatori che vogliano portarsi a casa un ricordo. Visitiamo i dintorni e l’interno della pagoda, dove le masse dorate sono state ricondotte dopo il giro sul lago. Una passeggiata ci conduce al villaggio vicino dove i mercanti locali vendono souvenirs di tutti i tipi. Al ritorno alla pagoda, si sta facendo scuro; i mercanti ritirano le merci, la pagoda viene chiusa a chiave e c’è una gran confusione di gente che prende le barche per tornare a casa. È subito evidente che sarà dura trovare un passaggio, visto le nostre biciclette ingombranti che non possono di certo essere caricate su barche piene zeppe di gente. Inoltre, la maggior parte di quelli che interpelliamo scandendo bene il nome della nostra destinazione, Nyaungshwe, ci fanno capire che sono dirette in altre zone. Apparentemente, navigare al buio non piace ai locali, e Nyaungshwe dista un ora di barca da qui. Ci dividiamo per avere più possibilita nell’impresa e alla fine, quando oramai siamo rassegnati a trovare un posto dove dormire in zona e rientrare la mattina dopo, riusciamo a strappare un sì ad un barcaiolo che ci porterebbe dall’altra parte del lago, sul versante est, ad un villaggio chiamato Thale-U. Osservo la mia mappa: ci saranno almeno 10 chilometri da Thale-U a Nyaungshwe, una cosa fattibile se non fosse per il buio e per il fatto che non sappiamo che tipo di strada troveremo. Nessuno in zona parla inglese cosi ci affidiamo al fato, accettiamo il rischio e abbracciamo l’avventura. Il tragitto sul lago è mesmerizzante: navighiamo in un silenzio rotto solo dal motore della nostra barca, mentre il cielo è oramai...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-2-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><div id="attachment_3192" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya.jpg" rel="prettyphoto[3188]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3192" class=" wp-image-3192 " alt="In bici intorno al lago" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-phaung-daw-oo-paya.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3192" class="wp-caption-text">Inle phaung daw oo paya</p></div>
<p>Pur essendo una località turistica, Nyaungshwe è ancora il principale centro del commercio per i villaggi locali, nonché il punto di partenza delle produzioni artigianali dal lago verso il resto del paese. Barche lunghe e motorizzate trasportano i visitatori a villaggi tribali palafittati, fattorie e giardini galleggianti, pagode e galleggianti botteghe artigianali e della seta. La maggior parte delle costruzioni sul lago sono erette su palafitte, e le attività vengono svolte su piccole barche a remi o a motore che schizzano lente o veloci lungo i canali, e che trasportano persone e merci.</p>
<p>La voglia di vivere queste situazioni da vicino ci spingono a noleggiare biciclette dal gestore della guest house e, cavalcandole con la foga di bambini a cui è stato dato un nuovo regalo, partiamo in direzione sud alla ricerca di vita. Lasciato il paese ed attraversato il ponte sul canale, il caos del lungofiume scompare, dando posto alla tranquilla campagna: campi di riso in crescita, enormi stagni popolati da rigogliosi piante di loto in fiore, bufali che fanno il bagno noncuranti della presenza umana, contadini che lavorano la terra e sorridono al nostro lento passaggio. Poco lontano, le montagne iniziano ad essere illuminate da un debole sole mattutino che si fa sempre più intenso.</p>
<p>Il sentiero è sterrato e i trattori e le motorette che lo transitano sollevano un gran polverone, inclementi. Dopo una pedalata di circa un’ora raggiungiamo le sorgenti calde Hu Pin Hot Springs nella località di Kaung Daing, un villaggio Intha conosciuto per la produzione del tofu da fagioli gialli invece che verdi. Lì ci concediamo una serie di bagni bollenti e rilassanti. L’acqua calda proviene da una sorgente naturale a monte che viene ridiretta in tre diverse vasche, a valle, dove è mescolata con acqua fredda. L’acqua della prima vasca è a 70 gradi centigradi &#8211; inutilizzabile -, si passa poi ai caldissimi 50 gradi della seconda vasca per arrivare agli accettabili 40 gradi della terza. È presto e siamo i primi ad entrare; ci godiamo la quiete mattutina e ristoriamo ossa e muscoli stanchi dalla pedalata. Mangiamo un pasto soddisfacente di pesce di lago al ristorante palafittato del complesso, e ripartiamo poi alla ricerca di un imbarco sul versante ovest del lago, direzione sud.</p>
<p>Dopo una serie di contrattazioni, alcune caratterizzate da accese discussioni su prezzo e destinazione dapprima con una coppia di contadini, poi con un gruppo di giovani che caricano sulla barca enormi sacchi di juta pieni di arance, infine accordiamo un passaggio per il tempio di Phaung Dew Oo Paya con un barcaiolo che stava partendo vuoto. Tra noi e le biciclette, in un baleno gli riempiamo la barca. Il barcaiolo ci fa capire che è tardi e che il suo è un viaggio di sola andata. Non ci preoccupiamo più di tanto e ci godiamo il viaggio panoramico in barca.</p>
<p>Il tragitto è a dir poco interessante; affianchiamo e superiamo barche stracolme di famiglie e di grandi gruppi di gente che dai villaggi circostanti si dirigono al tempio per il festival annuale. Oggi è un giorno speciale per il Phaung Dew Oo Paya, che rappresenta il più importante luogo sacro nello stato dello Shan del Sud. Dentro alla sua pagoda dal tetto multistrato, questo colorato tempio ospita quattro antiche immagini del Buddha, alle quali i fedeli applicano foglioline d’oro che li hanno trasformati, negli anni, in masse dorate amorfe. Una volta all’anno, queste immagini, che normalmente sono custodite in bella mostra dentro un padilione all’interno della pagoda, vengono portate da una chiatta ornata in cerimonia attorno al lago.</p>
<p>All’arrivo, scarichiamo le biciclette, le leghiamo ad un palo della luce sotto lo sguardo curioso dei tanti presenti nella piazza del tempio, e ci apprestiamo a goderci il momento. Ci siamo persi la cerimonia principale, ma riusciamo nonostante a vedere parte del festival. Ci sono famiglie locali, alcune che vengono da villaggi contingui, altre dalle colline circostanti. Sfoggiano vestiti e costumi sgargianti, collane di pietre, amuleti, e portano offerte di cibo, bevande e foglie dorate per il Buddha. Gruppi di allegri giovani vestono indumenti tradizionali dei contadini della zona e ballano e cantano, promuovendo il riciclo, la salvaguardia dell’ambiente e l’importanza di dare educazione ai giovani. Banchetti improvvisati vendono cibo locale quale frittelle di riso, roti, curry vari e dolciumi, nonché palloncini ed acquiloni per i più piccoli, e varie riproduzioni in miniatura delle reliquie e della pagoda per i visitatori che vogliano portarsi a casa un ricordo.</p>
<p>Visitiamo i dintorni e l’interno della pagoda, dove le masse dorate sono state ricondotte dopo il giro sul lago. Una passeggiata ci conduce al villaggio vicino dove i mercanti locali vendono souvenirs di tutti i tipi. Al ritorno alla pagoda, si sta facendo scuro; i mercanti ritirano le merci, la pagoda viene chiusa a chiave e c’è una gran confusione di gente che prende le barche per tornare a casa. È subito evidente che sarà dura trovare un passaggio, visto le nostre biciclette ingombranti che non possono di certo essere caricate su barche piene zeppe di gente. Inoltre, la maggior parte di quelli che interpelliamo scandendo bene il nome della nostra destinazione, Nyaungshwe, ci fanno capire che sono dirette in altre zone. Apparentemente, navigare al buio non piace ai locali, e Nyaungshwe dista un ora di barca da qui. Ci dividiamo per avere più possibilita nell’impresa e alla fine, quando oramai siamo rassegnati a trovare un posto dove dormire in zona e rientrare la mattina dopo, riusciamo a strappare un sì ad un barcaiolo che ci porterebbe dall’altra parte del lago, sul versante est, ad un villaggio chiamato Thale-U. Osservo la mia mappa: ci saranno almeno 10 chilometri da Thale-U a Nyaungshwe, una cosa fattibile se non fosse per il buio e per il fatto che non sappiamo che tipo di strada troveremo. Nessuno in zona parla inglese cosi ci affidiamo al fato, accettiamo il rischio e abbracciamo l’avventura.</p>
<p>Il tragitto sul lago è mesmerizzante: navighiamo in un silenzio rotto solo dal motore della nostra barca, mentre il cielo è oramai un’enorme distesa scura che si fonde con il filo dell’acqua del lago, anch’essa nera. Poche fioche luci ci avvisano di villaggi a filo d’acqua sulla costa orientale del lago. Il barcaiolo conduce il suo mezzo e ci osserva con aria sospettosa. Arriviamo ad un pericolante attracco palafittato di bambù e legno, circondato e quasi interamente invaso da piante ed erbe acquatiche, dove fatichiamo a scaricare le bici sulla passerella. Paghiamo e ringraziamo il barcaiolo, che retrocede e ci lascia in una situazione da film. Qualche stella in cielo, un cane che abbaia in lontananza e nulla più. Il sentiero è di fronte a noi, ma non lo vediamo. Procediamo cauti per qualche metro, cercando di evitare frequenti buche e solchi nel cammino; quanto riusciremo a reggere a questo ritmo? Forse non è stata un’idea brillante, era meglio restare a dormire al paese.</p>
<p>Non ci scoraggiamo e dopo una decina di minuti ad andatura rallentata, scorgiamo una casa che funge anche da improbabile negozietto di generi alimentari e di prima necessità. Entro tra lo sguardo allibito dei titolari, una famiglia di contadini sorpresissimi di vedere uno straniero in bici a quell’ora su quel sentiero. Acquisto una torcia di quelle da speleologia, corredata di un elastico da mettere a mo’ di fascia sulla testa, assieme ad un pacchetto di pile. Sarà la nostra salvezza! Percorriamo chilometri nel buio pesto, la sola fioca luce della torcia made-in-China ad illuminarci il cammino. Il sentiero è irregolare, a tratti fatto di saliscendi pesanti per le gambe che devono spingere biciclette datate e con cambi difettosi.</p>
<p>Sul cammino incrociamo qualche sporadica motoretta e qualcuno che passeggia in prossimità di frazioncine che comprendono poche case fatte di legno, bambù e paglia; ci guardano tutti esterefatti. Non una macchina, non una bicicletta. Il sentiero diventa a tratti strada che si allarga fino a terminare e tornare sentiero in un alternarsi che sembra non finire mai. Dopo più di un’ora  ci troviamo in prossimità di un paio di lussuosi hotel costruiti sulla riva del fiume. Ne approfittiamo per chiedere a passanti se la strada è quella giusta, una domanda goffa, anche perché non ce ne possono essere tante. È più per rincuorarsi, per sentire che stiamo procedendo in questa impresa che, se dapprima credevamo dura da portare a termine, ora siamo certi di farlo.</p>
<p>Un nemico imprevisto arriva sotto forma di freddo, un’aria che si fa sempre più insopportabile visto che non vestiamo panni adeguati, e nonostante ci scaldiamo pedalando, la fatica ci induce a rallentare la marcia. Scorgiamo una baracca che funge da bar-ristorante e ci concediamo una sosta ed un té caldo ed un tradizionale sigarillo cheroots, riposando gambe e ossa. Ma aimé non sappiamo che ci aspetta ancora un’ora di pedalata prima della meta. Arriviamo in tarda serata, spossati ma felici di aver vissuto questa avventura. Ci concediamo una cena al ristorante nepalese, al quale arriviamo a 10 minuti dalla chiusura, e ci confortiamo con ottimi ricordi della giornata e con un caldo Té Masala speziato. Fa fresco per le strade di Nyaungshwe, si dormirà di gusto stanotte&#8230;</p>
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		<title>VIAGGIO AL LAGO INLE &#8211; Parte 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Oct 2013 18:51:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Inle]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Lago]]></category>
		<category><![CDATA[Lago Inle]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Storie di viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Il Lago Inle, o Inle Lake, situato in una posizione strategica nel cuore dello Stato Shan nel Myanmar, è una distesa d&#8217;acqua e paludi senza una vera costa, 20 km di lunghezza e 10 km di larghezza, seduta come una gigantesca pozzanghera su di un tappeto verde di canneti e letti di giacinto d’acqua che aumentano di densit à man mano che sono più vicini alla riva. PARTE 1 Il bus da Mandalay arriva a destinazione presto in una fredda mattinata. Sono le 2 e tenta del mattino e vieniamo scaricati a Shwe Nyaung, l’intersezione sulla strada per Taungy dove prendiamo un moto-risciò per Nyaungshwe. Dividiamo la corsa di 10km con una famiglia di locali e con un gruppo di monaci che vestono solamente la tenuta da monaci: tunica arancione e ciabatte infradito; no sembrano disturbati dal freddo vento che si abbatte sulle loro face e piedi nudi, mentre noi ci copriamo collo e faccia con maglione, sciarpa e cuffia. Per entrare all’area del lago Inle, ai turisti viene fatta pagarea una tassa governativa di 5$, che riscuote un sonnolento ufficiale all’entrata di Nyaungshwe. Il moto-riscio’ ci lascia al centro del villaggio; è buio pesto e non c’è un anima in giro. Un tempo paese sonnolento, sede fino agli anni ‘60 dell’ultimo signore degli Shan, Nyaungshwe, situata all&#8217;estremità nord del lago e vicino al suo canale principale è oggi un vivace centro turistico con pensioncine, ristoranti e agenzie di viaggio. Facciamo una passeggiata lungo il dedalo di strade, e ci imbattiamo in entrate di guest houses che mostrano il cartello WE ARE FULL. Troviamo una casa aperta dove tre amici stanno guardando una partita di calcio europeo in diretta. Sono così gentili che ci permettono di parcheggiare i nostri zaini in casa e ci prestiamo una bicicletta con la quale mi metto alla ricerca di un posto per dormire. Nel giro di explorazione copro per lo meno mezzo villaggio, ma il risultato non cambia: guest houses e hotel chiusi e con tanto di cartello PIENI. È con un pizzico di fortuna che interpello un signore intento a dare acqua alle piante del giardino di una guest house in riva al canale, il quale mi assicura che alle 9 si libera una stanza e che ce la da volentieri. Sono solo le 5, e il gentile gestore ci fa accomodare in un giaciglio nel sottoscala della reception, dove sistemiamo gli zaini e facciamo un riposino. Ma è tanta la smania di vedere il posto che appena vedo le prime luci del giorno, ne approfitto per una camminata fotografica. In riva al canale, mattutini barcaioli equipaggiano lunghe e coloratissime barche che porteranno i locali nei vari villaggi circostanti il lago, e i turisti per giri panoramic e culturali. Il sole non è ancora apparso da dietro le montagne, ma la sua luce mattutina dona un atmosfera a dir poco magica al posto. Mi inoltro all’interno del paese, dove alcuni abitanti sono gia in cammino per le strade semi asfaltate. Sonnolenti autisti di risciò, vecchietti che ramazzano le polverose strade con scopette di legno e frasche, donne che accendono fuochi per preparare gustose pastelle e ripieni per frittelle samosas da distribuire al mercato e alle sale da tè, e numerosa gente che si dirige al mercato a piedi e in bicicletta. Per le 6 il luogo già brulica , e mi metto alla ricerca di monasteri; mi intrufolo dalla porta aperta di un edificio fatiscente dal quale esce una nenia continua e ho la fortuna di trovare una cinquantina di bimbe monache in tunica rosa che cantano mantra e mangiano la colazione. Mi guardano allibite ed imbarazzate mentre scatto foto con discrezione. Dall’altro lato della strada vi è una mensa dove un centinaio di bimbi monaci in tuniche marroni mangiano per terra a gambe incrociate e scherzano. Raggiungo infine il mercato, situate nella zona nord del paese, e mi inoltro nelle sue caotiche viuzze dove una cacofonia di suoni invade l’aria: gente che contratta, uomini che scaricano pesanti casse di frutta e verdure da carretti trainati da cavalli, donne in variopinti vestiti e cappelli vendono svariati tipi di fiori, matrone col sigaro in bocca che contrattano vendite di pesce di lago appena pescato e legato a spesse lenze, mentre fuori dall’immenso recinto del mercato decine di riscio e moto-risciò aspettano clienti con borsine della spesa traboccanti di cibarie, e numerosi cani e galline battono le strade polverose attendendo scarti di cibo invenduto in una processione che si ripete giorno dopo giorno. Bevo tè indiano e mangio frittelle samosas ripiene di cocco in una spartana tea-house d’angolo dove osservo il viavai di gente e scrivo note di viaggio. Alle 7.30 faccio ritorno sul canale dove, mentre osservo i locali che caricano le barche di mercanzia e di turisti, faccio la conoscenza di un gruppo di tre fotografi cinesi che cercano passeggeri per dividere il costo di un giro in barca. Corro alla guest house, pago la stanza e rassicuro il gesture che rientrerò nel pomeriggio, recupero macchina fotografica e zainetto e mi imbarco per la gita, stanco ma pieno di un energia che mi viene dalla gran voglia di vedere posti nuovi. Ringrazio spesso nella vita questo spirito da viaggiatore che mi ritrovo; è motivo delle soddisfazioni più grandi che io possa avere. Partiamo alle 8 per una lunga gita che ci porta, dopo 20 minuti di navigazone lungo il canale e poi sul lago, alle seguenti soste: &#8211;        Dapprima facciamo visita ad un villaggio di cassette in legno e bambù su palafitte dove vive la famiglia del nostro giovane barcaiolo; alcune delle case sono a due piani e hanno vaste terrazze dove gli abitanti prendono il tè e passano parte della giornata. La gente di questi villaggi sull’acqua si muove su barchette in legno o a motore. La famiglia del nostro barcaiolo fa gli onori di casa offrendo tè, sigarette cheroots, snacks e ottime chiacchiere, aiutati dalle traduzioni del giovane figlio il cui inglese è accettabile. Noi ovviamente cerchiamo di utilizzare il...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-traditional-fishing-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><p>Il Lago Inle, o Inle Lake, situato in una posizione strategica nel cuore dello Stato Shan nel Myanmar, è una distesa d&#8217;acqua e paludi senza una vera costa, 20 km di lunghezza e 10 km di larghezza, seduta come una gigantesca pozzanghera su di un tappeto verde di canneti e letti di giacinto d’acqua che aumentano di densit à man mano che sono più vicini alla riva.</p>
<p>PARTE 1</p>
<div id="attachment_3132" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-house-on-stilts-reflection-2.jpg" rel="prettyphoto[3123]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3132" class=" wp-image-3132 " alt="Lago Inle" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-house-on-stilts-reflection-2-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-house-on-stilts-reflection-2-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-house-on-stilts-reflection-2-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-house-on-stilts-reflection-2-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-house-on-stilts-reflection-2-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-house-on-stilts-reflection-2.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3132" class="wp-caption-text">Casa su palafitte riflessa sul lago Inle</p></div>
<p>Il bus da Mandalay arriva a destinazione presto in una fredda mattinata. Sono le 2 e tenta del mattino e vieniamo scaricati a Shwe Nyaung, l’intersezione sulla strada per Taungy dove prendiamo un moto-risci<em>ò</em> per Nyaungshwe. Dividiamo la corsa di 10km con una famiglia di locali e con un gruppo di monaci che vestono solamente la tenuta da monaci: tunica arancione e ciabatte infradito; no sembrano disturbati dal freddo vento che si abbatte sulle loro face e piedi nudi, mentre noi ci copriamo collo e faccia con maglione, sciarpa e cuffia. Per entrare all’area del lago Inle, ai turisti viene fatta pagarea una tassa governativa di 5$, che riscuote un sonnolento ufficiale all’entrata di Nyaungshwe. Il moto-riscio’ ci lascia al centro del villaggio; è buio pesto e non c’è un anima in giro.</p>
<p>Un tempo paese sonnolento, sede fino agli anni ‘60 dell’ultimo signore degli Shan, Nyaungshwe, situata all&#8217;estremità nord del lago e vicino al suo canale principale è oggi un vivace centro turistico con pensioncine, ristoranti e agenzie di viaggio. Facciamo una passeggiata lungo il dedalo di strade, e ci imbattiamo in entrate di guest houses che mostrano il cartello WE ARE FULL. Troviamo una casa aperta dove tre amici stanno guardando una partita di calcio europeo in diretta. Sono così gentili che ci permettono di parcheggiare i nostri zaini in casa e ci prestiamo una bicicletta con la quale mi metto alla ricerca di un posto per dormire.</p>
<div id="attachment_3135" style="width: 170px" class="wp-caption alignright"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-standing-boatman.jpg" rel="prettyphoto[3123]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3135" class=" wp-image-3135 " alt="Lago Inle" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-standing-boatman-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-standing-boatman-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-standing-boatman-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-standing-boatman-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-standing-boatman-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-standing-boatman.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3135" class="wp-caption-text">Barcaiolo locale</p></div>
<p>Nel giro di explorazione copro per lo meno mezzo villaggio, ma il risultato non cambia: guest houses e hotel chiusi e con tanto di cartello PIENI. È con un pizzico di fortuna che interpello un signore intento a dare acqua alle piante del giardino di una guest house in riva al canale, il quale mi assicura che alle 9 si libera una stanza e che ce la da volentieri. Sono solo le 5, e il gentile gestore ci fa accomodare in un giaciglio nel sottoscala della reception, dove sistemiamo gli zaini e facciamo un riposino. Ma è tanta la smania di vedere il posto che appena vedo le prime luci del giorno, ne approfitto per una camminata fotografica. In riva al canale, mattutini barcaioli equipaggiano lunghe e coloratissime barche che porteranno i locali nei vari villaggi circostanti il lago, e i turisti per giri panoramic e culturali.</p>
<p>Il sole non è ancora apparso da dietro le montagne, ma la sua luce mattutina dona un atmosfera a dir poco magica al posto. Mi inoltro all’interno del paese, dove alcuni abitanti sono gia in cammino per le strade semi asfaltate. Sonnolenti autisti di risci<em>ò</em>, vecchietti che ramazzano le polverose strade con scopette di legno e frasche, donne che accendono fuochi per preparare gustose pastelle e ripieni per frittelle samosas da distribuire al mercato e alle sale da tè, e numerosa gente che si dirige al mercato a piedi e in bicicletta. Per le 6 il luogo già brulica , e mi metto alla ricerca di monasteri; mi intrufolo dalla porta aperta di un edificio fatiscente dal quale esce una nenia continua e ho la fortuna di trovare una cinquantina di bimbe monache in tunica rosa che cantano mantra e mangiano la colazione. Mi guardano allibite ed imbarazzate mentre scatto foto con discrezione. Dall’altro lato della strada vi è una mensa dove un centinaio di bimbi monaci in tuniche marroni mangiano per terra a gambe incrociate e scherzano.</p>
<div id="attachment_3134" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-selling-fish-in-market.jpg" rel="prettyphoto[3123]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3134" class=" wp-image-3134 " alt="Lago INle" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-selling-fish-in-market-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-selling-fish-in-market-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-selling-fish-in-market-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-selling-fish-in-market-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-selling-fish-in-market-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-selling-fish-in-market.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3134" class="wp-caption-text">Venditrici di pesce al mercato</p></div>
<p>Raggiungo infine il mercato, situate nella zona nord del paese, e mi inoltro nelle sue caotiche viuzze dove una cacofonia di suoni invade l’aria: gente che contratta, uomini che scaricano pesanti casse di frutta e verdure da carretti trainati da cavalli, donne in variopinti vestiti e cappelli vendono svariati tipi di fiori, matrone col sigaro in bocca che contrattano vendite di pesce di lago appena pescato e legato a spesse lenze, mentre fuori dall’immenso recinto del mercato decine di riscio e moto-risciò aspettano clienti con borsine della spesa traboccanti di cibarie, e numerosi cani e galline battono le strade polverose attendendo scarti di cibo invenduto in una processione che si ripete giorno dopo giorno. Bevo tè indiano e mangio frittelle samosas ripiene di cocco in una spartana tea-house d’angolo dove osservo il viavai di gente e scrivo note di viaggio.</p>
<p>Alle 7.30 faccio ritorno sul canale dove, mentre osservo i locali che caricano le barche di mercanzia e di turisti, faccio la conoscenza di un gruppo di tre fotografi cinesi che cercano passeggeri per dividere il costo di un giro in barca. Corro alla guest house, pago la stanza e rassicuro il gesture che rientrerò nel pomeriggio, recupero macchina fotografica e zainetto e mi imbarco per la gita, stanco ma pieno di un energia che mi viene dalla gran voglia di vedere posti nuovi. Ringrazio spesso nella vita questo spirito da viaggiatore che mi ritrovo; è motivo delle soddisfazioni più grandi che io possa avere.</p>
<div id="attachment_3133" style="width: 170px" class="wp-caption alignright"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-market.jpg" rel="prettyphoto[3123]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3133" class=" wp-image-3133 " alt="Lago Inle" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-market-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-market-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-market-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-market-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-market-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/10/Inle-morning-market.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3133" class="wp-caption-text">Mercato locale</p></div>
<p>Partiamo alle 8 per una lunga gita che ci porta, dopo 20 minuti di navigazone lungo il canale e poi sul lago, alle seguenti soste:</p>
<p>&#8211;        Dapprima facciamo visita ad un villaggio di cassette in legno e bambù su palafitte dove vive la famiglia del nostro giovane barcaiolo; alcune delle case sono a due piani e hanno vaste terrazze dove gli abitanti prendono il tè e passano parte della giornata. La gente di questi villaggi sull’acqua si muove su barchette in legno o a motore. La famiglia del nostro barcaiolo fa gli onori di casa offrendo tè, sigarette cheroots, snacks e ottime chiacchiere, aiutati dalle traduzioni del giovane figlio il cui inglese è accettabile. Noi ovviamente cerchiamo di utilizzare il poco Burmese imparato dalla guida di viaggio. La predisposizione dei locali a fare amicizia è forte, notiamo, e passiamo in casa loro più tempo del previsto.</p>
<p>&#8211;        Ci fermiamo poi ad un villaggio sulla terraerma dove vi è un mercato gestito da gente di etnia Pa-O in costumi tradizionali che vende artigianato e verdure fresche. Il mercato ha una zona ristoro dove anziani dalle face scavate ed intriganti bevono tè e mangiano curry speziati che rilasciano forti odori nell’aria; alcuni ci osservano curiosi e sorridenti. Popoli di etnie Intha, Shan, Pa-O, Taung Yo, Danu, Kayah e Danaw popolano i villaggi intorno al lago, e i mercati locali dove si riuniscono sono aperti a turno cinque giorni alla settimana.</p>
<p>&#8211;        Sostiamo quindi in diversi punti del lago ad osservare pescatori di etnia Intha che si aggirano sulle acque con una tradizionale ed unica barca a fondo piatto azionata da una singola pala di legno remata con movimenti serpentini da una gamba sola avvolta intorno alla pagaia. Questa tecnica è diventata una splendid occasione per una foto ricordo del Lago Inle.</p>
<p>&#8211;        Facciamo diverse soste in laboratori artigianali palafittati e circondati da giardini galleggianti, dove viene prodotto artigianato locale quale seta e cotone lavorati su antichi telai, sigarillos cheroots, aromi e spezie, argento e pietre semipreziose montate su anelli, collane e monili. In ognuno di questi laboratori ci vengono offerti tè, sigarillos cheroots e snack vari, come nelle case del resto, e questo fa parte dell’ospitalità che caratterizza la gente da queste parti.</p>
<p>&#8211;        Visitiamo il Nga Phe Kyaung, un monastero in legno su palafitte al centro del lago, famoso per i suoi gatti addestrati dai monaci a saltare attraverso piccolo anelli.</p>
<p>Il sole è cocente e ci ripariamo indossando cappelli. Tutto attorno, un numero infinito di barche a motore transita nei passaggi acquatici tra giacinti e orti galleggianti, tra file e file interminabili di case galleggianti e palafittate che coi loro giardini galleggianti formano veri e propri quartieri con vie chiuse ed incroci. Turisti birmani e stranieri sono a migliaia a visitare le meraviglie di questo modo di vita sull’acqua.</p>
<p>Rientriamo alle 4 di pomeriggio sufficentemente stanchi dopo aver saltato una notte di sonno, ma pieni di nozioni e foto e ricordi indelebili. Ci si sdraia a riposare, ma mi addormento e cado in un lungo e profondo sonno…</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La ‘nuova’ strada per Mandalay &#8211; Parte 3^</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 20:38:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mandalay]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Giorno 2 Avevo puntato la sveglia presto per poter fare una ripresa fotografica dettagliata del mercato mattutino, a pochi isolati di distanza. Lì, all&#8217;alba, si può avere un assaggio di vita sociale ordinaria birmana. Ci andai a piedi, soffermandomi ad osservare fedeli buddisti che partecipavano ai rituali mattutini in templi locali, e processioni di sapore antico di monaci di diverse età in abiti rossi e arancio, scalzi, che raccoglievano cibo all&#8217;interno delle loro ciotole delle offerte. L&#8217;area del mercato, che copre diversi isolati rumorosi e puzzolenti a sud del palazzo reale, ronzava dell’energia e delle attività di centinaia di venditori ambulanti che esponevano i loro prodotti su entrambi i lati delle strade: carne, pesce, fiori, frutta, verdure, piatti precotti di noodles e di riso, e altre cibarie, alcune mai viste prima: dolci, carne secca e pesce, frutta esotica e spezie. I clienti arrivavano in risciò, in scooter o a piedi, discutevano prezzi e trasportavano in sportine i loro colorati acquisti. Diversi monaci passeggiavano per il mercato per raccogliere offerte e per acquistare oggetti di prima necessità nel monastero. Mi fermai in una delle numerose caffetterie e mi tuffai in una ciotola di Shan noodles, un chapati e un caffè scuro, fianco a fianco con la gente del posto. Alle 7:30 il sole iniziò rapidamente a sorgere ed il traffico su 4 ruote si intensificò: trattori pieni di verdure, vecchi camion che trasportavano ferro, legno e persone, vecchi autobus così stivati di gente che ritorna ai villaggi vicini che alcuni passeggeri rimanevano precariamente fuori le loro porte, bigliettai e autistic che gridavano i nomi delle varie destinazioni. Decine di risciò invasero le strade in attesa di passeggeri carichi di sacchetti di plastica pieni di cibo. Era come essere a teatro, osservai la caotica scena sorseggiando un altro tè in una casa da tè all&#8217;aperto, sgranocchiando una frittella samosa di verdura, fino a quando i venditori cominciarono a raccogliere la merce. Eccomi di nuovo qui, vagando senza meta verso est, incrocio dopo incrocio fino a quando, lungo una strada laterale, un giovane tizio in longyi e a torso nudo, testa rapata tranne solo un codino di capelli lunghi e sottili nella parte posteriore del cranio, tatuato con motivi cinesi e con tre o quattro peli lungi di alcuni centimetri che crescono proprio nel bel mezzo della sua guancia destra, mi avvicinò per propormi, in una lingua che non so definire, un morso di betel, sapientemente preparato dalla giovane moglie al loro derelitto baracchino da strada. Ammetto che poco conoscevo sulla noce di betel (chiamata Kun-ya in Myanmar) a parte che macchia i denti di rosso, che toglie l&#8217;appetito, e che può creare dipendenza. Ah, dimenticavo, e che durante la masticazione si forma una copiosa saliva di colore rosso che deve essere sputata regolarmente. Non c&#8217;è da stupirsi se le strade e marciapiedi di Mandalay sono tutti macchiati di chiazze rosse. La moglie del ragazzo sollevò una foglia di vigna, la depose su una tavolozza di legno e iniziò a lavorarci su. Dapprima spennellò una pasta di lime sulla foglia, poi vi aggiunse chiodi di garofano, anice, cardamomo, tabacco marinato in alcol e alcune noci di betel schiacciate. Avvolse abilmente la foglia e la passò al marito, il quale me la porse, un sorriso compiaciuto sul volto. Misi la foglia in bocca e cominciai a masticare, e una quantità enorme di saliva mi riempì immediatamente la bocca. Mi avvicinai al lato della strada e sputai il liquido rosso, mantre i miei nuovi amici ridevano approvando. Me ne prepararono due in più da portar via, e non vollero essere pagati, nemmeno una piccola mancia. Finii di masticare il saccottino e ne sputai i resti &#8211; dopo tanto sputare non era più divertente, alla fine -, mi sciacquai la bocca con acqua, e iniziai a camminare. Mi sentivo leggero, divertito, e suppose che doveva essere l’effetto della noce di betel. Non il migliore tra le droghe legali. In seguito lessi che masticare betel regolarmente causa cancro alla bocca, un problema in netto aumento nel Myanmar &#8230; Nel primo pomeriggio, continuai la camminata per le strade di Mandalay alla ricerca dei mistici Mustache Brothers, i fratelli baffuti. Questo è il nome d&#8217;arte di 3 fratelli comici che si esibiscono da oltre 30 anni in spettacoli politico-satirici con burattini, performance che spesso hanno fatto infuriare il regime totalitario, fino al punto che i Mustache Brothers hanno una collezione di arresti, anni di carcere e di lavori forzati (sul serio), e gli è stato assolutamente vietato di esibirsi in pubblico. Come compromesso i 3 fratelli, che sono tutti stati liberati, hanno accettato di fare gli spettacoli solo in inglese ed esclusivamente nella loro casa di Mandalay. Incontrai Lu Maw, l&#8217;unico che parla inglese dei tre, il quale è quindi diventato il portavoce del gruppo. Stava trascorrendo un pomeriggio tranquillo con la moglie e coi nipoti e accetto’ di fare una chiacchierata informale. Ci sedemmo su modesti sedie e dalla moglie mi offrì del tè; osservai le pareti della casa ricoperte di burattini di diverse dimensioni e diversi vestiari, di propaganda politica e di articoli incorniciati di giornali e riviste straniere con interviste con i comici.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/485028_10151295385426140_876198428_n-01-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><p>Giorno 2</p>
<p>Avevo puntato la sveglia presto per poter fare una ripresa fotografica dettagliata del mercato mattutino, a pochi isolati di distanza. Lì, all&#8217;alba, si può avere un assaggio di vita sociale ordinaria birmana. Ci andai a piedi, soffermandomi ad osservare fedeli buddisti che partecipavano ai rituali mattutini in templi locali, e processioni di sapore antico di monaci di diverse età in abiti rossi e arancio, scalzi, che raccoglievano cibo all&#8217;interno delle loro ciotole delle offerte.</p>
<p>L&#8217;area del mercato, che copre diversi isolati rumorosi e puzzolenti a sud del palazzo reale, ronzava dell’energia e delle attività di centinaia di venditori ambulanti che esponevano i loro prodotti su entrambi i lati delle strade: carne, pesce, fiori, frutta, verdure, piatti precotti di noodles e di riso, e altre cibarie, alcune mai viste prima: dolci, carne secca e pesce, frutta esotica e spezie. I clienti arrivavano in risciò, in scooter o a piedi, discutevano prezzi e trasportavano in sportine i loro colorati acquisti. Diversi monaci passeggiavano per il mercato per raccogliere offerte e per acquistare oggetti di prima necessità nel monastero. Mi fermai in una delle numerose caffetterie e mi tuffai in una ciotola di Shan noodles, un chapati e un caffè scuro, fianco a fianco con la gente del posto.</p>
<p>Alle 7:30 il sole iniziò rapidamente a sorgere ed il traffico su 4 ruote si intensificò: trattori pieni di verdure, vecchi camion che trasportavano ferro, legno e persone, vecchi autobus così stivati di gente che ritorna ai villaggi vicini che alcuni passeggeri rimanevano precariamente fuori le loro porte, bigliettai e autistic che gridavano i nomi delle varie destinazioni. Decine di risciò invasero le strade in attesa di passeggeri carichi di sacchetti di plastica pieni di cibo. Era come essere a teatro, osservai la caotica scena sorseggiando un altro tè in una casa da tè all&#8217;aperto, sgranocchiando una frittella samosa di verdura, fino a quando i venditori cominciarono a raccogliere la merce.<b> </b></p>
<p>Eccomi di nuovo qui, vagando senza meta verso est, incrocio dopo incrocio fino a quando, lungo una strada laterale, un giovane tizio in longyi e a torso nudo, testa rapata tranne solo un codino di capelli lunghi e sottili nella parte posteriore del cranio, tatuato con motivi cinesi e con tre o quattro peli lungi di alcuni centimetri che crescono proprio nel bel mezzo della sua guancia destra, mi avvicinò per propormi, in una lingua che non so definire, un morso di betel, sapientemente preparato dalla giovane moglie al loro derelitto baracchino da strada. Ammetto che poco conoscevo sulla noce di betel (chiamata Kun-ya in Myanmar) a parte che macchia i denti di rosso, che toglie l&#8217;appetito, e che può creare dipendenza. Ah, dimenticavo, e che durante la masticazione si forma una copiosa saliva di colore rosso che deve essere sputata regolarmente. Non c&#8217;è da stupirsi se le strade e marciapiedi di Mandalay sono tutti macchiati di chiazze rosse.</p>
<p>La moglie del ragazzo sollevò una foglia di vigna, la depose su una tavolozza di legno e iniziò a lavorarci su. Dapprima spennellò una pasta di lime sulla foglia, poi vi aggiunse chiodi di garofano, anice, cardamomo, tabacco marinato in alcol e alcune noci di betel schiacciate. Avvolse abilmente la foglia e la passò al marito, il quale me la porse, un sorriso compiaciuto sul volto. Misi la foglia in bocca e cominciai a masticare, e una quantità enorme di saliva mi riempì immediatamente la bocca. Mi avvicinai al lato della strada e sputai il liquido rosso, mantre i miei nuovi amici ridevano approvando. Me ne prepararono due in più da portar via, e non vollero essere pagati, nemmeno una piccola mancia. Finii di masticare il saccottino e ne sputai i resti &#8211; dopo tanto sputare non era più divertente, alla fine -, mi sciacquai la bocca con acqua, e iniziai a camminare. Mi sentivo leggero, divertito, e suppose che doveva essere l’effetto della noce di betel. Non il migliore tra le droghe legali. In seguito lessi che masticare betel regolarmente causa cancro alla bocca, un problema in netto aumento nel Myanmar &#8230;</p>
<p>Nel primo pomeriggio, continuai la camminata per le strade di Mandalay alla ricerca dei mistici Mustache Brothers, i fratelli baffuti. Questo è il nome d&#8217;arte di 3 fratelli comici che si esibiscono da oltre 30 anni in spettacoli politico-satirici con burattini, performance che spesso hanno fatto infuriare il regime totalitario, fino al punto che i Mustache Brothers hanno una collezione di arresti, anni di carcere e di lavori forzati (sul serio), e gli è stato assolutamente vietato di esibirsi in pubblico. Come compromesso i 3 fratelli, che sono tutti stati liberati, hanno accettato di fare gli spettacoli solo in inglese ed esclusivamente nella loro casa di Mandalay.</p>
<p>Incontrai Lu Maw, l&#8217;unico che parla inglese dei tre, il quale è quindi diventato il portavoce del gruppo. Stava trascorrendo un pomeriggio tranquillo con la moglie e coi nipoti e accetto’ di fare una chiacchierata informale. Ci sedemmo su modesti sedie e dalla moglie mi offrì del tè; osservai le pareti della casa ricoperte di burattini di diverse dimensioni e diversi vestiari, di propaganda politica e di articoli incorniciati di giornali e riviste straniere con interviste con i comici.</p>
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		<title>La ‘nuova’ strada per Mandalay Parte 2^</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 15:22:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mandalay]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/482971_10151295167171140_438650803_n-02-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/482971_10151295167171140_438650803_n-02-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/482971_10151295167171140_438650803_n-02-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/482971_10151295167171140_438650803_n-02-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>GIORNO 1 Tornando alla mia visita, arrivato all’aereoporto di Mandalay, uscii nel parcheggio dove conducenti di decrepiti taxi e di minibus offrivano i loro servizi senza l’insistenza così presente in altre città del sud est asiatico. Il tragitto per la città fu piuttosto lungo e caratterizzato subito da un lungo tratto di un’autostrada di nuova costruzione usata da pochissimi veicoli, circondata da campagna, colline e fattorie. E poi dal disastro totale della periferia della città, dove le strade sono piene di insidie, i marciapiedi disgiunti, e dove la gente del posto  va alla  la merce inricerca di merce in piccoli negozi che vendono qualsiasi cosa immaginabile. Mentre ci avvicinavamo alla città, la strada si ridussero e vennero occupate da machine, biciclette, risciò (che qui si chiamano Sai Kaa), autocarri &#8211; alcuni che letteralmente cadevao a pezzi &#8211; che emettevano malsane esalazioni scure, persone, cani, donne che trasportavano cesti di vimini pieni di cibo in testa, e uomini vestiti in longyis &#8211; il tradizionale lungo sarong birmano indossatoda uomini e donne &#8211; in una cacofonia di suoni che invadevano i timpani. Dopo essermi sistemato in un hotel del centro, iniziai la mia visita con una passeggiata dietro l&#8217;angolo della strada, dove, nei pressi di un venditore di frullati e di alcuni uomini seduti in una sedia di plastica che passavano il tempo discutendo di politica, incontrai chi mi fece da autista di risciò e da guida per tutto il viaggio: Jue, un tipo calmo e sorridente dalla pelle scura, un uomo di mezza età il cui corpo sottile mostrava il disagio di anni di pedalate sul suo tre ruote di fabbricazione cinese. L’inglese Jue era sufficente per fare semplici conversazione, così concordai la tariffa e saltai in sella al suo veicolo. Jue in primo luogo si preoccupò per la il mio stomaco e mi portò a mangiare in un ristorante dall&#8217;aspetto moderno in cui mi servirono curry di pesce, gamberi marinati, piccoli contorni di tutti i tipi di verdure, il tutto accompagnato da salse piccanti e non piccante. Mangiai fino a scoppiare! La cucina birmana è influenzata da paesi limitrofi come Thailandia, Cina, India e Laos, una vasta scelta di piatti caldi e freddi da gustare conditi a vostro pipacere con salsa di peperoncino, salsa di gamberetti, salsa di soia o succo di lime. I mercati locali sono il luogo perfetto per vedere (e gustare) I prodotti birmani come okra, fagioli lunghi e fagiolini verdi, e la specialità Mohinga, una zuppa di pesce con spaghetti di riso freschi che i locali amano mangiare a colazione. Il Mondi, uno dei piatti forti di Mandalay, consiste in gustosi noodles di riso con pollo al curry; gli Shan noodles sono un altro piatto assolutamente da provare. Saltai di nuovo sul risciò di Jue per partire verso un&#8217;altra destinazione. Le strade a scacchiera di Mandalay sono occupate da un miscuglio caleidoscopico di migliaia di risciò (la città ne ha 13.000 registrati!), e Jue affrontava gli incroci (tutti privi di semaforo) confrontandosi con ciclomotori giapponesi, jeep assettati e auto moderne con un’alzata della mano destra per pretendere la precedenza. Facemmo tappa in un laboratorio di foglie d&#8217;oro dove potemmo osservare abili artigiani cittadini al lavoro: il metallo prezioso viene martellato a mano migliaia di volte come ai vecchi tempi, per produrre luccicanti fogli dorati sottili che vengono acquistati da gente del posto e strofinati sulle sculture del Buddha e nei templi. In seguito Jue pedalò lungo il fossato della città da dove si intravedere il  Mandalay Palace circondato dalle muraper poi fermarsi in una sala da tè all’aperto, dove gustai un tè indiano speziato e fumante, e dove fumai la mia prima sigaretta birmana fatta a mano: un cheroot. Aromatiche e speziate, queste buffe e verdi sigarette erano molto popolari tra gli inglesi l’epoca dell&#8217;Impero Britannico. Jue mi disse che una donna del posto può produrre fino a 1500 cheerots al giorno. Venne l’ora di andare a Mandalay Hill. Lungo la strada abbiamo facemmo una sosta al Kuthodaw Paya, un gruppo di templi sorprendente ed unico che dispone di una grande pagoda dorata. La sua caratteristica principale sono le intriganti 729 lastre di marmo incise con i 15 libri completi del Tripitaka, le scritture sacre del Buddismo che tutti i monaci devono imparare a memoria. Ai piedi della Mandalay Hill affrontai un dilemma: scalare i 1729 gradini fino alla cima, o prendere la via più facile. Il tramonto si avvicinava inesorabile e il tempo non mi premise di scegliere la prima opzione; pagai perciò la corsa ad un moto-taxi, il quale viaggiò ad una velocità sorprendente lungo la strada a tornanti, evitando di pochi millimetri i locali che scendevano a piedi; mi lasciò all’entrata di una scala mobile. Arrivai in cima appena in tempo per godermi la vista della città sottostante, oltre ad un coloratissimo tramonto che spargeva la sua varietà di colori sulla città e sulla campagna circostante. E&#8217; in cima alla collina, a 240 metri sul livello del mare, dove si dice che il Buddha fece una profezia: nell&#8217;anno 2400 dell’ Era Buddista, una grande città sarebbe stata fondata ai piedi della collina, una profezia che si avverò quando Mandalay fu fondata da Re Mindon nel 1857. Una volta che il tramonto terminato, iniziai la discesa della collina a piedi scalzi, che durò circa 30 minuti. Durante la discesa, fui premiato dapprima da un enorme Buddha in piedi, la sua mano tesa puntata nella direzione del palazzo reale, poi dalla vista di molti templi, santuari spirituali, posti dove fermarsi a bere qualcosa e a riposarsi, e bancarelle di souvenir, che vista l’ora stavano chiudendo i battenti. Era buio pesto quando arrivai giù, i piedi erano gonfi per lo sforzo; Jue era li che mi attendeva pazientemente all&#8217;ingresso, sorridente, pronto per la pedalata di 4 km per arrivare al mio albergo. Gli pagai il servizio e una mancia, e ci salutammo. Cenai in un baracchino da marciapiede con curry indiano di montone e chapatti prima di ritirarmi in branda, completamente distrutto ma pieno di...</p>
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<p>Tornando alla mia visita, arrivato all’aereoporto di Mandalay, uscii nel parcheggio dove conducenti di decrepiti taxi e di minibus offrivano i loro servizi senza l’insistenza così presente in altre città del sud est asiatico. Il tragitto per la città fu piuttosto lungo e caratterizzato subito da un lungo tratto di un’autostrada di nuova costruzione usata da pochissimi veicoli, circondata da campagna, colline e fattorie. E poi dal disastro totale della periferia della città, dove le strade sono piene di insidie, i marciapiedi disgiunti, e dove la gente del posto  va alla  la merce inricerca di merce in piccoli negozi che vendono qualsiasi cosa immaginabile. Mentre ci avvicinavamo alla città, la strada si ridussero e vennero occupate da machine, biciclette, risciò (che qui si chiamano Sai Kaa), autocarri &#8211; alcuni che letteralmente cadevao a pezzi &#8211; che emettevano malsane esalazioni scure, persone, cani, donne che trasportavano cesti di vimini pieni di cibo in testa, e uomini vestiti in longyis &#8211; il tradizionale lungo sarong birmano indossatoda uomini e donne &#8211; in una cacofonia di suoni che invadevano i timpani.</p>
<p>Dopo essermi sistemato in un hotel del centro, iniziai la mia visita con una passeggiata dietro l&#8217;angolo della strada, dove, nei pressi di un venditore di frullati e di alcuni uomini seduti in una sedia di plastica che passavano il tempo discutendo di politica, incontrai chi mi fece da autista di risciò e da guida per tutto il viaggio: Jue, un tipo calmo e sorridente dalla pelle scura, un uomo di mezza età il cui corpo sottile mostrava il disagio di anni di pedalate sul suo tre ruote di fabbricazione cinese. L’inglese Jue era sufficente per fare semplici conversazione, così concordai la tariffa e saltai in sella al suo veicolo.</p>
<p>Jue in primo luogo si preoccupò per la il mio stomaco e mi portò a mangiare in un ristorante dall&#8217;aspetto moderno in cui mi servirono curry di pesce, gamberi marinati, piccoli contorni di tutti i tipi di verdure, il tutto accompagnato da salse piccanti e non piccante. Mangiai fino a scoppiare! La cucina birmana è influenzata da paesi limitrofi come Thailandia, Cina, India e Laos, una vasta scelta di piatti caldi e freddi da gustare conditi a vostro pipacere con salsa di peperoncino, salsa di gamberetti, salsa di soia o succo di lime. I mercati locali sono il luogo perfetto per vedere (e gustare) I prodotti birmani come okra, fagioli lunghi e fagiolini verdi, e la specialità Mohinga, una zuppa di pesce con spaghetti di riso freschi che i locali amano mangiare a colazione. Il Mondi, uno dei piatti forti di Mandalay, consiste in gustosi noodles di riso con pollo al curry; gli Shan noodles sono un altro piatto assolutamente da provare.</p>
<p>Saltai di nuovo sul risciò di Jue per partire verso un&#8217;altra destinazione. Le strade a scacchiera di Mandalay sono occupate da un miscuglio caleidoscopico di migliaia di risciò (la città ne ha 13.000 registrati!), e Jue affrontava gli incroci (tutti privi di semaforo) confrontandosi con ciclomotori giapponesi, jeep assettati e auto moderne con un’alzata della mano destra per pretendere la precedenza. Facemmo tappa in un laboratorio di foglie d&#8217;oro dove potemmo osservare abili artigiani cittadini al lavoro: il metallo prezioso viene martellato a mano migliaia di volte come ai vecchi tempi, per produrre luccicanti fogli dorati sottili che vengono acquistati da gente del posto e strofinati sulle sculture del Buddha e nei templi.</p>
<p>In seguito Jue pedalò lungo il fossato della città da dove si intravedere il  Mandalay Palace circondato dalle muraper poi fermarsi in una sala da tè all’aperto, dove gustai un tè indiano speziato e fumante, e dove fumai la mia prima sigaretta birmana fatta a mano: un <i>cheroot</i>. Aromatiche e speziate, queste buffe e verdi sigarette erano molto popolari tra gli inglesi l’epoca dell&#8217;Impero Britannico. Jue mi disse che una donna del posto può produrre fino a 1500 <i>cheerots</i> al giorno.</p>
<p>Venne l’ora di andare a Mandalay Hill. Lungo la strada abbiamo facemmo una sosta al Kuthodaw Paya, un gruppo di templi sorprendente ed unico che dispone di una grande pagoda dorata. La sua caratteristica principale sono le intriganti 729 lastre di marmo incise con i 15 libri completi del Tripitaka, le scritture sacre del Buddismo che tutti i monaci devono imparare a memoria.</p>
<p>Ai piedi della Mandalay Hill affrontai un dilemma: scalare i 1729 gradini fino alla cima, o prendere la via più facile. Il tramonto si avvicinava inesorabile e il tempo non mi premise di scegliere la prima opzione; pagai perciò la corsa ad un moto-taxi, il quale viaggiò ad una velocità sorprendente lungo la strada a tornanti, evitando di pochi millimetri i locali che scendevano a piedi; mi lasciò all’entrata di una scala mobile. Arrivai in cima appena in tempo per godermi la vista della città sottostante, oltre ad un coloratissimo tramonto che spargeva la sua varietà di colori sulla città e sulla campagna circostante.</p>
<p>E&#8217; in cima alla collina, a 240 metri sul livello del mare, dove si dice che il Buddha fece una profezia: nell&#8217;anno 2400 dell’ Era Buddista, una grande città sarebbe stata fondata ai piedi della collina, una profezia che si avverò quando Mandalay fu fondata da Re Mindon nel 1857. Una volta che il tramonto terminato, iniziai la discesa della collina a piedi scalzi, che durò circa 30 minuti. Durante la discesa, fui premiato dapprima da un enorme Buddha in piedi, la sua mano tesa puntata nella direzione del palazzo reale, poi dalla vista di molti templi, santuari spirituali, posti dove fermarsi a bere qualcosa e a riposarsi, e bancarelle di souvenir, che vista l’ora stavano chiudendo i battenti.</p>
<p>Era buio pesto quando arrivai giù, i piedi erano gonfi per lo sforzo; Jue era li che mi attendeva pazientemente all&#8217;ingresso, sorridente, pronto per la pedalata di 4 km per arrivare al mio albergo. Gli pagai il servizio e una mancia, e ci salutammo. Cenai in un baracchino da marciapiede con curry indiano di montone e chapatti prima di ritirarmi in branda, completamente distrutto ma pieno di immagini e di ricordi della lunga ed eccitante giornata.</p>
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		<title>La ‘nuova’ strada per Mandalay Parte 1^</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jun 2013 18:42:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mandalay]]></category>
		<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Birmania]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>No! non avrai bisogno di nient’altro Ma degli odori delle spezie e dell’aglio, E del sole che splende, e delle palme, e delle tintinnanti campane dei templi; Sulla strada per Mandalay . . . “Rudyard Kipling” Birmania, Birmanie, Myanmar, Burma. Il paese evoca serene immagini culturali e tropicali nella mente del viaggiatore. Quando un amico di Bali mi propose un breve viaggio in Birmania, non ci pensai due volte: richiesi il visto turistico e prenotai un volo nella nuova rotta della Airasia: da Kuala Lumpur a Mandalay. Myanmar era spesso nelle news a quei tempi, come del resto ancora lo è oggigiorno. Il suo regime totalitario aveva iniziato ad aprirsi al mondo, creando così le prerogative per una crescita senza precedenti, alimentata sia da investimenti internazionali che dall&#8217;arrivo di stormi di turisti. Mandalay in sé mi riportava alla mente le tante volte che avevo cercato di immaginarla come un luogo romantico, prima di rendermi conto che Kipling non l’aveva ha mai visitata, che la poesia parlava della nostalgia e del desiderio dell&#8217;Impero Britannico per l&#8217;esotismo d’Asia, e che, infine, il luogo a quei tempi era tutto fuorché romantico: piuttosto piccolo, sporco e polveroso. Situata sulle rive del possente fiume Irrawaddy, Mandalay, città di 800.000 abitanti, la seconda del paese in termini di dimensioni dopo Yangoon, è la capitale dell&#8217;ultimo regno birmano indipendente ed è infatti una delle principali destinazioni turistiche della Birmania. Mandalay è rinomata per la sua ricca storia, pur avendo solo 150 anni in un paese di città millenarie, ed è senza dubbio il centro culturale della Birmania. Le sue attrazioni includono viste spettacolari del tramonto da Mandalay Hill, spettacoli di musica tradizionale, artigianato, e incredibili destinazioni nella sua periferia. Avevo informazioni a sufficienza per il mio breve soggiorno a Mandalay…</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/06/542637_10151295385506140_1956814972_n-01-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><p><em>No! non avrai bisogno di nient’altro</em></p>
<p><em>Ma degli odori delle spezie e dell’aglio,</em></p>
<p><em>E del sole che splende, e delle palme, e delle tintinnanti campane dei templi;</em></p>
<p><em>Sulla strada per Mandalay . . .</em></p>
<p>“Rudyard Kipling”</p>
<p>Birmania, Birmanie, <a href="https://asianitinerary.com/it/category/myanmar-it/"><strong>Myanmar</strong></a>, Burma. Il paese evoca serene immagini culturali e tropicali nella mente del viaggiatore. Quando un amico di <a href="https://asianitinerary.com/it/category/indonesia-it/bali-it/"><strong>Bali</strong></a> mi propose un breve viaggio in Birmania, non ci pensai due volte: richiesi il visto turistico e prenotai un volo nella nuova rotta della <strong>Airasia</strong>: da <a href="https://asianitinerary.com/it/category/malesia/kuala-lumpur-it/"><strong>Kuala Lumpur</strong></a> a <a href="https://asianitinerary.com/it/category/myanmar-it/mandalay-it/"><strong>Mandalay</strong></a>.</p>
<p>Myanmar era spesso nelle news a quei tempi, come del resto ancora lo è oggigiorno. Il suo regime totalitario aveva iniziato ad aprirsi al mondo, creando così le prerogative per una crescita senza precedenti, alimentata sia da investimenti internazionali che dall&#8217;arrivo di stormi di turisti.</p>
<p><a href="https://asianitinerary.com/it/category/myanmar-it/mandalay-it/"><strong>Mandalay</strong></a> in sé mi riportava alla mente le tante volte che avevo cercato di immaginarla come un luogo romantico, prima di rendermi conto che <em>Kipling</em> non l’aveva ha mai visitata, che la poesia parlava della nostalgia e del desiderio dell&#8217;Impero Britannico per l&#8217;esotismo d’<strong>Asia</strong>, e che, infine, il luogo a quei tempi era tutto fuorché romantico: piuttosto piccolo, sporco e polveroso.</p>
<p>Situata sulle rive del possente fiume <span class="s1">Irrawaddy</span>, <a href="https://asianitinerary.com/it/category/myanmar-it/mandalay-it/"><strong>Mandalay</strong></a>, città di 800.000 abitanti, la seconda del paese in termini di dimensioni dopo Yangoon, è la capitale dell&#8217;ultimo regno birmano indipendente ed è infatti una delle principali destinazioni turistiche della Birmania. <a href="https://asianitinerary.com/it/category/myanmar-it/mandalay-it/"><strong>Mandalay</strong></a> è rinomata per la sua ricca storia, pur avendo solo 150 anni in un paese di città millenarie, ed è senza dubbio il centro culturale della Birmania. Le sue attrazioni includono viste spettacolari del tramonto da <a href="https://asianitinerary.com/it/category/myanmar-it/mandalay-it/"><strong>Mandalay</strong></a> <strong>Hill</strong>, spettacoli di musica tradizionale, artigianato, e incredibili destinazioni nella sua periferia.</p>
<p>Avevo informazioni a sufficienza per il mio breve soggiorno a <a href="https://asianitinerary.com/it/category/myanmar-it/mandalay-it/"><strong>Mandalay</strong></a>…</p>
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