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	<title>Diari di Viaggio Archives - Asian Itinerary</title>
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	<description>Travel, Holiday, Adventure</description>
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		<title>HSIPAW &#8211; TREK ALLA CASCATA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Dec 2013 17:04:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Hsipaw]]></category>
		<category><![CDATA[Nazione Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
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<p>Ci svegliamo presto e ci dirigiamo verso il mercato di Hsipaw per far colazione al negozietto che vende té nero e chapati con curry. C’è un sacco di gente locale per la strada, e ci informiamo a riguardo: risulta che Hsipaw ha una popolazione di 30,000 persone, altro che paese semi-deserto! Mentre ci rifocilliamo, discutiamo di come passare la giornata, decidendo infine di dedicarla alla natura con un trek alla cascata della quale ci hanno parlato. Camminiamo decisi verso le colline e arriviamo in prossimità della stazione dei treni di Hsipaw, dove attraversiamo i binari invasi da gente, mucche e bambini. Passiamo poi tra piccoli villaggi Shan dove la gente ci saluta sfoggiando espressioni gentili ed amichevoli; il sentiero che ci porta tra le risaie verso la cascata si fa sempre più piccolo, e la scena sempre più rurale. È abbastanza evidente che Hsipaw è un importante centro agricolo: ci sono risaie, piantagioni di cocomeri, di papaya, campi di carote e di cavolfiori. In prossimità di un trattore e di un cumulo di pannocchie, ci fermiamo a socializzare con una famiglia di contadini che riposano sotto una baracca di legno e bambù. Fumiamo un cheroot assieme ai capostipiti e facciamo foto ai loro due bimbi che ci osservano curiosi, e poi impazziscono di gioia quando gli mostriamo il quadrante con le loro foto appena scattate. La loro presunta mamma ride divertita alla scena mentre si lava con addosso un sarong lungy nel torrente vicino. Il resto del sentiero è in salita fino a raggiungere una cascata imponente con tanto di laghetto sottostante dove ci concediamo un bagno di acqua fresca e limpida che ci ridà forza dopo le due ore di cammino sotto il sole. Da lì si ha una stupenda vista sulle vallate sottostanti; al loro margine, le case di Hsipaw. Al rientro ci dà un passaggio un contadino che trasporta pannocchie nel trailer del suo trattore; ci accomodiamo sul duro cumulo giallo, sopportiamo stoicamente i colpi dovuti alle buche nell’asfalto e ci facciamo lasciare alla stazione dei treni, dove sta per arrivare il regionale delle 15 che da Mandalay porta a Lashio, città a 100 chilometri dal confine con la Cina. Questo, come tutti i treni che provengono da Pyin U Lwin, ha dovuto attraversare il Viadotto di Gokteik, il manufatto più significativo di questa linea ferroviaria, nonché il ponte piu alto del Myanmar. Completato nel 1900, si dice che sia stato costruito per durare 100 anni, e ciò significa che sta durando piu del previsto; di fatto i treni lo percorrono a velocità molto limitata per evitare di causargli traumi strutturali. Una buona ragione forse per arrivare a Hsipaw in bus&#8230; Ci sono gruppi di tutte le razze che aspettano il convoglio, oltre a mercanti di frutta, di betel, di té, e un paio di bancarelle permanenti che vendono biscotti, caffé e snacks, dove faccio la conoscenza di una delle proprietarie. È una simpatica signora di mezz’età dalla faccia impiastricciata di tanaka, che mentre si mangia foglie di betel mi spiega che è cattolica e che ancora si ricorda un po’ di italiano dai tempi della scuola dalle suore! Sua figlia (o nipote), una bimbina sui tre anni dalla testa rapata, le unghiette di mani e piedi smaltati, e anche lei la faccia coperta da tanaka, sta seduta su di un gradino mangiandosi un gelato con le dita e guardandoci divertita. E mentre il tempo passa e le 15 pure, esploriamo la stazione entrando in un ufficio dall’aria coloniale che mi ricorda le stazioni indiane costruite nel 1800 dalla East Indian Railway Company, con le pareti in assi di legno smaltate color crema, i mobili di ferro arrugginito dal clima dei tropici, il vecchio e rumoroso ventilatore che gira, le tabelle degli orari scritte a gessetto bianco su lavagne che pendono da incerti chiodi, ed un funzionario in camicia bianca, pantaloni di lino e ciabattine infradito che conta dollari americani e li annota a biro alla voce ‘entrate’ in un registro in carta color marroncino sbiadito. Se non fosse per i dollari e per la penna a sfera, potrebbe davvero essere una scena di oltre un secolo fa. Tra i tabelloni sulle pareti, tutti scritti in caratteri birmani a me incomprensibili, e di fianco ad un orologio a muro che chiaramente segna le 15 e 20, vi è una scritta in inglese che dichiara “saremo sembre in orario”&#8230; Torniamo verso il paese percorrendo stradine di periferia dove osserviamo artigiani lavorare legno, borsette, e fabbricare sigarette cheroots. Ci imbattiamo in una fabbrica di noodles dove giovani leve producono, a mano, degli spaghetti che che poi faranno parte di due dei piatti piu famosi della zona: Mohinga, una zuppa di pesce e noodles, parte essenziale della cucina birmana considerata da molti il piatto nazionale del Myanmar, e i Shan noodles, piatto tradizionale dei popoli Shan! Al tempio hindù contempliamo un gioioso e preciso costruttore di pagode nel bel mezzo di un opera nuova, mattone rosso su mattone rosso. Mr Ashà, visto il nostro interessamento alla sua opera, ci invita a bere un té alla struttura al lato dove, seduti ad un tavolo, ci racconta la storia della sua vita, da bambino discolo in India a costruttore di pagode in Myanmar, elencandoci fiero i nomi e le località di tutte le pagode che ha costruito durante la sua carriera. La strada principale è ora invasa dai locali con le loro sgangherate motorette; passiamo di fianco a 3 bambini monaci in saio color amaranto che imbracciano fieri repliche di pistole automatiche e di fucili a pompa, una visione un poco incongruente che ci lascia perplessi, accompagnata dai loro mezzi sorrisi. Li guardiamo allibiti, ma continuiamo la marcia per soffermarci subito dopo ad un tempio buddhista dove sembra ci sia l’ordinazione di un gruppo numeroso di monache. Siedono a centinaia nel largo salone del tempio, hanno la testa rasata e sono vestite in tonache rosa, recitano mantra o ascoltano i sermoni di un sacerdote dall’aspetto importante. I canti religiosi si mischiano...</p>
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<p>Camminiamo decisi verso le colline e arriviamo in prossimità della stazione dei treni di Hsipaw, dove attraversiamo i binari invasi da gente, mucche e bambini. Passiamo poi tra piccoli villaggi Shan dove la gente ci saluta sfoggiando espressioni gentili ed amichevoli; il sentiero che ci porta tra le risaie verso la cascata si fa sempre più piccolo, e la scena sempre più rurale. È abbastanza evidente che Hsipaw è un importante centro agricolo: ci sono risaie, piantagioni di cocomeri, di papaya, campi di carote e di cavolfiori. In prossimità di un trattore e di un cumulo di pannocchie, ci fermiamo a socializzare con una famiglia di contadini che riposano sotto una baracca di legno e bambù. Fumiamo un cheroot assieme ai capostipiti e <a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n.jpg" rel="prettyphoto[3850]"><img decoding="async" class="alignright  wp-image-3863" alt="Trek alla Cascata" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/485057_10151294285971140_1974079344_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>facciamo foto ai loro due bimbi che ci osservano curiosi, e poi impazziscono di gioia quando gli mostriamo il quadrante con le loro foto appena scattate. La loro presunta mamma ride divertita alla scena mentre si lava con addosso un sarong lungy nel torrente vicino. Il resto del sentiero è in salita fino a raggiungere una cascata imponente con tanto di laghetto sottostante dove ci concediamo un bagno di acqua fresca e limpida che ci ridà forza dopo le due ore di cammino sotto il sole. Da lì si ha una stupenda vista sulle vallate sottostanti; al loro margine, le case di Hsipaw.</p>
<p>Al rientro ci dà un passaggio un contadino che trasporta pannocchie nel trailer del suo trattore; ci accomodiamo sul duro cumulo giallo, sopportiamo stoicamente i colpi dovuti alle buche nell’asfalto e ci facciamo lasciare alla stazione dei treni, dove sta per arrivare il regionale delle 15 che da Mandalay porta a Lashio, città a 100 chilometri dal confine con la Cina. Questo, come tutti i treni che provengono da Pyin U Lwin, ha dovuto attraversare il Viadotto di Gokteik, il manufatto più significativo di questa linea ferroviaria, nonché il ponte piu alto del Myanmar. Completato nel 1900, si dice che sia stato costruito per durare 100 anni, e ciò significa che sta durando piu del previsto; di fatto i treni lo percorrono a velocità molto limitata per evitare di causargli traumi strutturali. Una buona ragione forse per arrivare a Hsipaw in bus&#8230;</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n.jpg" rel="prettyphoto[3850]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-3862" alt="Trek alla Cascata" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/259978_10151295386746140_1315564574_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Ci sono gruppi di tutte le razze che aspettano il convoglio, oltre a mercanti di frutta, di betel, di té, e un paio di bancarelle permanenti che vendono biscotti, caffé e snacks, dove faccio la conoscenza di una delle proprietarie. È una simpatica signora di mezz’età dalla faccia impiastricciata di tanaka, che mentre si mangia foglie di betel mi spiega che è cattolica e che ancora si ricorda un po’ di italiano dai tempi della scuola dalle suore! Sua figlia (o nipote), una bimbina sui tre anni dalla testa rapata, le unghiette di mani e piedi smaltati, e anche lei la faccia coperta da tanaka, sta seduta su di un gradino mangiandosi un gelato con le dita e guardandoci divertita. E mentre il tempo passa e le 15 pure, esploriamo la stazione entrando in un ufficio dall’aria coloniale che mi ricorda le stazioni indiane costruite nel 1800 dalla East Indian Railway Company, con le pareti in assi di legno smaltate color crema, i mobili di ferro arrugginito dal clima dei tropici, il vecchio e rumoroso ventilatore che gira, le tabelle degli orari scritte a gessetto bianco su lavagne che pendono da incerti chiodi, ed un funzionario in camicia bianca, pantaloni di lino e ciabattine infradito che conta dollari americani e li annota a biro alla voce ‘entrate’ in un registro in carta color marroncino sbiadito. Se non fosse per i dollari e per la penna a sfera, potrebbe davvero essere una scena di oltre un secolo fa. Tra i tabelloni sulle pareti, tutti scritti in caratteri birmani a me incomprensibili, e di fianco ad un orologio a muro che chiaramente segna le 15 e 20, vi è una scritta in inglese che dichiara “saremo sembre in orario”&#8230;</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n.jpg" rel="prettyphoto[3850]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-3861" alt="Trek alla Cascata" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/12746_10151295386631140_433546827_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Torniamo verso il paese percorrendo stradine di periferia dove osserviamo artigiani lavorare legno, borsette, e fabbricare sigarette cheroots. Ci imbattiamo in una fabbrica di noodles dove giovani leve producono, a mano, degli spaghetti che che poi faranno parte di due dei piatti piu famosi della zona: Mohinga, una zuppa di pesce e noodles, parte essenziale della cucina birmana considerata da molti il piatto nazionale del Myanmar, e i Shan noodles, piatto tradizionale dei popoli Shan! Al tempio hindù contempliamo un gioioso e preciso costruttore di pagode nel bel mezzo di un opera nuova, mattone rosso su mattone rosso. Mr Ashà, visto il nostro interessamento alla sua opera, ci invita a bere un té alla struttura al lato dove, seduti ad un tavolo, ci racconta la storia della sua vita, da bambino discolo in India a costruttore di pagode in Myanmar, elencandoci fiero i nomi e le località di tutte le pagode che ha costruito durante la sua carriera.</p>
<p>La strada principale è ora invasa dai locali con le loro sgangherate motorette; passiamo di fianco a 3 bambini monaci in saio color amaranto che imbracciano fieri repliche di pistole automatiche e di fucili a pompa, una visione un poco incongruente che ci lascia perplessi, accompagnata dai loro mezzi sorrisi. Li guardiamo allibiti, ma continuiamo la marcia per soffermarci subito dopo ad un tempio buddhista dove sembra ci sia l’ordinazione di un gruppo numeroso di monache. Siedono a centinaia nel largo salone del tempio, hanno la testa rasata e sono vestite in tonache rosa, recitano mantra o ascoltano i sermoni di un sacerdote dall’aspetto importante. I canti religiosi si mischiano ai rumori del traffico fuori, mentre scende la notte.</p>
<p>Il film d’azione hollywoodiano visto su una TV a 13 pollici appesa con un precario braccio di ferro al soffitto in un baracchino che ci serve fagioli e roti, unico piatto nel menu, ci ricorda che un paio di giorni a Hsipaw sono più che sufficenti per i nostri gusti.</p>
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		<title>HSIPAW &#8211; UN TRANQUILLO STOPOVER</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Dec 2013 16:28:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Hsipaw]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
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<p>Lasciamo Mandalay a malincuore ma con la voglia di esplorare quella che qui chiamano ‘la via per la China’. Il bus è comodo, si inoltra nelle colline e dopo poco raggiunge la città coloniale di Pyin Oo Lwin, dove i colonizzatori britannici risiedevano quando il caldo di Mandalay diventava troppo opprimente. Ci fermiamo per una sosta pasto per poi ripartire immediatamente alla volta di Hsipaw, descritta dalla guida come “un tranquillo stopover”. Dopo circa tre ore di viaggio ci imbattiamo in una serie di tornanti in salita dove un camion che si è ribaltato alcuni tornanti più in alto costringe il nostro mezzo a seguire una colonna interminabile di camion che trasportano massi, legna, sabbia, impalcature, ruspe e mattoni (sembra proprio che l’industria della costruzione sia in auge in Myanmar), a tratti alternati a pick-ups carichi di passeggeri e mercanzia, nonché alcune autovetture. Il buio è arrivato presto ed è pesto come la pece; i mezzi incolonnati formano una striscia di lucine che si muovono a periodi alternati e solo in un senso di marcia: il nord. A volte seguiamo i passeggeri locali che scendono curiosi o a fumarsi una sigaretta o a fare un bisogno quando la sosta si fa troppo lunga; discorrono animatamente sull’accaduto, creando gruppetti con autisti e passeggeri di altri mezzi, per poi risalire in fretta e furia quando la coda sembra muoversi e gli autisti li chiamano a squarciagola e mettono in moto il mezzo. Una serie di posti di blocco e ben 7 ore dopo, eccoci avvicinarci a Hsipaw, avanposto di etnia Shan. Un paesone che all’apparenza sembra fantasma: case in legno, taverne e negozietti chiusi, alcuni personaggi dall’aspetto cinese, scuri di pelle, occhi a mandorla. Fa decisamente fresco. Dopo aver vagato in un paio di strade lunghe, buie e deserte che corrispondono al ‘centro’, ci sistemiamo in una guest house in legno modello baita svizzera, solo leggermente meno lussuosa&#8230; Sono le 10, abbiamo fame e la calmiamo nel localino vicino dove una famiglia nepalese (regalo dell’era coloniale britannica) serve té e chapati indiani ad una clientela mista di Shan, indiani, musulmani e birmani. Ci sediamo in sgabelli in legno ultra bassi e ci gustiamo té nero e chapati osservando il viavai di gente. È incredibile come tante etnie e razze diverse convivano in questo paesone polveroso. Il freddo si intensifica, il sonno pure. La doccia è fredda ma il letto è reso caldo da una spessa coperta di lana. Il buongiorno è alle 7; fa ancora freddo. Usciamo ad esplorare il paese e lo scopriamo totalmente diverso dalla sera prima: il caos è totale, con camion che si spartiscono le strade con biciclette, mercanti, chioschi, meccanici, passanti e turisti. Uno spesso polverone si alza perennemente dalle vie dissestate; i marciapiedi sono interrotti o divelti, le buche sono frequenti e larghe, i ciottolati si alternano a tratti cementati a malomodo, rendendo una semplice passeggiata un’impresa. Il tutto fa sì che il paese sembri immerso in una nebbia; il fumo vaporoso esce dalla bocca mentre respiriamo, ma già il sole sta dissipando l’umidità e scaldando l’aria. Dopo aver fatto colazione decidiamo di dirigerci verso il fiume alla ricerca di qualcosa da fare. Passiamo il mercato e raggiungiamo la zona residenziale di casette e baracche affacciate sul fiume. Socializziamo e comunichiamo in qualche modo con la gente fuori dalle loro case, che ce la mette tutta per capire cosa vogliamo esattamente e per aiutarci, qualunque questa cosa sia. Il fiume Dokhtawady è pulito e le sue acque sono limpide, ma si dice che le sue correnti siano pericolosissime, e la gente del posto racconta di malevoli nat (spiriti) che attraggono chi vi nuota verso la morte certa. Mmmm. Riusciamo infine ad accordarci per un giro in barca con la moglie di un barcaiolo, il quale non sembra dell’idea di interrompere il pasto, ma che accetta, si cambia e mette in acqua il suo barcone di almeno 10 metri del quale sembra andare molto fiero. Risaliamo il fiume per qualche chilometro osservando vita rurale, contadini, bufali che ruminano o che tirano aratri, risaie, bimbi che scorrazzano o che fanno il bagno nelle sue calme acque. Il barcaiolo fa una tappa dopo quattro chilometri e ci porta a visitare, a piedi, un villaggetto sviluppato sulle rive del fiume: casette in legno, pietra o bambù dove le donne cucinano, lavano i panni o puliscono delle pannocchie e gli uomini fabbricano pareti o artefatti in bambù o tetti di paglia. C’è calma, ordine e pulizia tra le viuzze sterrate del villaggio, e tutti i paesani ci salutano al nostro passaggio. Riprendiamo la barca e risaliamo il fiume ulteriormente fino al chilometro 7, in prossimità di un ponte in ferro, dove il nostro cicerone fa dietro-front e si appresta a rientrare. Ci facciamo lasciare a tre chilometri da Hsipaw per poter farci una passeggiata e vivere il posto con tranquillità. Ci congediamo e camminiamo lungo il sentiero che costeggia la riva del fiume. Facciamo un paio di soste, una per mangiare un piatto di noodles preparati ad arte da una donna che gestisce un chioschetto improvvisato: la pagoda di bambù dove mangiamo è stata costruita letteralmente ‘sul’ fiume, mentre la cucina della quale si serve è quella di casa, appena più in alto sul colle. Alla periferia di Hsipaw, verso le cinque, passiamo al lato di un tempio che ospita una scuola per monaci dove assistiamo alla fine delle classi, e ci uniamo alla fila di bimbi monaci che rientrano alle loro case; il traffico si fa più intenso man mano che entriamo in paese e la polvere la fa da padrona. La giornata è stata calda ma ventilata da una piacevole brezza fluviale. Passiamo la serata a bighellonare lungo la centrale Namtu Road, dove fino alla tarda ora delle 9 (!) locali e turisti cenano nei tanti ristoranti della via. Noi ci gustiamo un piatto di Shan noodles da Mr.Food, un po’ per il nome un po’ perché pubblicizza birra Dagon alla spina. Mr.Food è solo uno dei tanti...</p>
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<p>Una serie di posti di blocco e ben 7 ore dopo, eccoci avvicinarci a Hsipaw, avanposto di etnia Shan. Un paesone che all’apparenza sembra fantasma: case in legno, taverne e negozietti chiusi, alcuni personaggi dall’aspetto cinese, scuri di pelle, occhi a mandorla. Fa decisamente fresco. Dopo aver vagato in un paio di strade lunghe, buie e deserte che corrispondono al ‘centro’, ci sistemiamo in una guest house in legno modello baita svizzera, solo leggermente meno lussuosa&#8230; Sono le 10, abbiamo fame e la calmiamo nel localino vicino dove una famiglia nepalese (regalo dell’era coloniale britannica) serve té e chapati indiani ad una clientela mista di Shan, indiani, musulmani e birmani. Ci sediamo in sgabelli in legno ultra bassi e ci gustiamo té nero e chapati osservando il viavai di gente. È incredibile come tante etnie e razze diverse convivano in questo paesone polveroso. Il freddo si intensifica, il sonno pure. La doccia è fredda ma il letto è reso caldo da una spessa coperta di lana.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n.jpg" rel="prettyphoto[3768]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-3789" alt="Hsipaw" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/198374_10151295385681140_1572397819_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Il buongiorno è alle 7; fa ancora freddo. Usciamo ad esplorare il paese e lo scopriamo totalmente diverso dalla sera prima: il caos è totale, con camion che si spartiscono le strade con biciclette, mercanti, chioschi, meccanici, passanti e turisti. Uno spesso polverone si alza perennemente dalle vie dissestate; i marciapiedi sono interrotti o divelti, le buche sono frequenti e larghe, i ciottolati si alternano a tratti cementati a malomodo, rendendo una semplice passeggiata un’impresa. Il tutto fa sì che il paese sembri immerso in una nebbia; il fumo vaporoso esce dalla bocca mentre respiriamo, ma già il sole sta dissipando l’umidità e scaldando l’aria. Dopo aver fatto colazione decidiamo di dirigerci verso il fiume alla ricerca di qualcosa da fare. Passiamo il mercato e raggiungiamo la zona residenziale di casette e baracche affacciate sul fiume. Socializziamo e comunichiamo in qualche modo con la gente fuori dalle loro case, che ce la mette tutta per capire cosa vogliamo esattamente e per aiutarci, qualunque questa cosa sia. Il fiume Dokhtawady è pulito e le sue acque sono limpide, ma si dice che le sue correnti siano pericolosissime, e la gente del posto racconta di malevoli nat (spiriti) che attraggono chi vi nuota verso la morte certa. Mmmm.</p>
<p>Riusciamo infine ad accordarci per un giro in barca con la moglie di un barcaiolo, il quale non sembra dell’idea di interrompere il pasto, ma che accetta, si cambia e mette in acqua il suo barcone di almeno 10 metri del quale sembra andare molto fiero. Risaliamo il fiume per qualche chilometro osservando vita rurale, contadini, bufali che ruminano o che tirano aratri, risaie, bimbi che scorrazzano o che fanno il bagno nelle sue calme acque. Il barcaiolo fa una tappa dopo quattro chilometri e ci porta a visitare, a piedi, un villaggetto sviluppato sulle rive del fiume: casette in legno, pietra o bambù dove le donne cucinano, lavano i panni o puliscono delle pannocchie e gli uomini fabbricano pareti o artefatti in bambù o tetti di paglia. C’è calma, ordine e pulizia tra le viuzze sterrate del villaggio, e tutti i paesani ci salutano al nostro passaggio.</p>
<div id="attachment_3791" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman.jpg" rel="prettyphoto[3768]"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3791" class=" wp-image-3791 " alt="Hsipaw" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/12/our-boatman.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a><p id="caption-attachment-3791" class="wp-caption-text">Il nostro barcaiolo</p></div>
<p>Riprendiamo la barca e risaliamo il fiume ulteriormente fino al chilometro 7, in prossimità di un ponte in ferro, dove il nostro cicerone fa dietro-front e si appresta a rientrare. Ci facciamo lasciare a tre chilometri da Hsipaw per poter farci una passeggiata e vivere il posto con tranquillità. Ci congediamo e camminiamo lungo il sentiero che costeggia la riva del fiume. Facciamo un paio di soste, una per mangiare un piatto di noodles preparati ad arte da una donna che gestisce un chioschetto improvvisato: la pagoda di bambù dove mangiamo è stata costruita letteralmente ‘sul’ fiume, mentre la cucina della quale si serve è quella di casa, appena più in alto sul colle. Alla periferia di Hsipaw, verso le cinque, passiamo al lato di un tempio che ospita una scuola per monaci dove assistiamo alla fine delle classi, e ci uniamo alla fila di bimbi monaci che rientrano alle loro case; il traffico si fa più intenso man mano che entriamo in paese e la polvere la fa da padrona. La giornata è stata calda ma ventilata da una piacevole brezza fluviale.</p>
<p>Passiamo la serata a bighellonare lungo la centrale Namtu Road, dove fino alla tarda ora delle 9 (!) locali e turisti cenano nei tanti ristoranti della via. Noi ci gustiamo un piatto di Shan noodles da Mr.Food, un po’ per il nome un po’ perché pubblicizza birra Dagon alla spina. Mr.Food è solo uno dei tanti negozi che sfoggiano il Mr. davanti al nome qui a Hsipaw; noi dormiamo alla Mr.Kid Guesthouse, abbiamo visto la Mr.Charles Guesthouse, la libreria Mr.Book, la succheria Mr.Shake e altri di cui non ricordo il nome. Pare che gli abitanti di Hsipaw pensano che a noi stranieri piacciano questi simpatici ed inusuali nomi delle loro attività, e sembra pure che la loro strana tecnica di marketing funzioni&#8230;</p>
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		<title>SHAN STATE &#8211; TREK AL MONASTERO &#8211; PARTE 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Thomas Gennaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 18:34:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Myanmar]]></category>
		<category><![CDATA[Diari di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Monastero]]></category>
		<category><![CDATA[Monastero di montagna]]></category>
		<category><![CDATA[Nazione Shan]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti di Viaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shan]]></category>
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					<description><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div>
<p>Mi sveglio di soprassalto, fuori dalla finestra è ancora buio. Guardo il telefono: sono le 5! Mi hanno svegliato rumorosissimi altoparlanti che trasmettono ripetitive litanie che non tendono a cessare. Fa freddo; mi metto uno spesso maglione ed esco a controllare. Pensavo fosse la piccola moschea che avevo visto nelle vicinanze il giorno prima, invece si tratta dei vecchi altoparlanti del tempio buddista in cima al colle, sul quale spicca importante la sua pagoda dorata. Il supplizio finisce alle 6, e visto che i raggi del sole stanno già illuminando il paese, esco a fare colazione in attesa di confermare col mio compagno di viaggio il trek al monastero sulle montagne. I mercanti stanno aprendo le porte a fisarmonica dei loro negozi, espongono la merce e si preparano per la lunga giornata lavorativa. Nei negozietti di generi vari, coloratissime bustine monodose di shampoo, balsamo per capelli e detersivi vari, nonché caramelline e dolciumi appesi a corde che attraversano le ‘vetrine’, fanno da specchietto per le allodole ad una serie di articoli molto ricercati qui quali saponette, creme sbiancanti, accendini e fiammiferi, profumi e un infinità di piccole scatolette e tubini dal dubbio contenuto. Tutta la mercanzia è caratterizzata da una patina di polvere che ne vela le confezioni, facendole sembrare vecchie ed inappetibili. Un mercante cinese in braghe del pigiama, t-shirt ed un giaccone gabardin gessato mi sorride, mentre al suo lato un carismatico musulmano dalla barba lunga e bianca sta allestendo il suo banchetto. È un riparatore di ombrelli, e sul tavolo ha i ferri del mestiere: pacchi di raggi di varie lunghezze e dimensioni, ingranaggi centrali, viti vitine e bulloncini, scheletri di ombrelli con solo manico e asta centrale, barattoli di grasso ed olio oltre ad una serie di fondamentali cacciavitini di precisione. Ci sorride mentre si rimbocca la giacca a vento, riparandosi da una folata di vento freddo, poi si siede paziente e si mette le mani in tasca, osservando il via vai della strada che si fa sempre più intenso. Alla sala da té, incontro le due guide di ieri, le quali mi informano che la litania mattutina fa parte della preparazione ad un festival annuale chiamato Tazaungmon, o festival delle luci. Questo culminerà l’indomani nella notte della luna piena e marcherà l’inizio di un mese speciale, il Kahtein, durante il quale i fedeli offrono tuniche nuove alla comunità dei monaci. La litania mattutina continuerà tutti i giorni fino alla fine del festival. I miei amici non si limitano a spiegarmi del festival e, al vedermi attento, mentre bevo un caffé e mangio una frittella mi bombardano di nuovi vocaboli in lingua Palaung, che pretendono che io ripeta nell’immediatezza nonostante io cerca di farmi i cavoli miei, ancora assonnato dalla levataccia. Quando gli dico della nostra intenzione di farci una camminata per le montagne alla ricerca di un monastero in altura, si propongono come guide. Era nostra intenzione contrattarne uno dei due, ma visto la quantità di parole che rigurgitano al minuto, decido di privarmi della loro compagnia e declino educatamente con delle scuse, al ché loro si congedano ed escono alla ricerca di turisti. Ricerca vana, visto che alla guesthouse dove alloggiamo, l’unica di Namhsan, siamo solo noi, una ragazza coreana ed un ragazzo francese. È dura la vita delle guide quassù. Ci riuniamo alla sala da té e ci  incamminiamo lungo la strada centrale in direzione sud, attraversando la zona della lavorazione del té: dentro ogni casa, pittoreschi personaggi, alcuni dall’aspetto centenario, sono impegnati a separare il le foglie di té buone da quelle scadenti. Vecchietti che sfoggiano coloratissimi costumi tribali passeggiano sorreggendosi ad intarsiati bastoni. Sulla strada, un mare di foglie di té è posto ad essicare su stuoie di bambù intrecciato che poggiano sui marciapiedi e su parte della strada. Queste foglie hanno un odore pungente che impregna l’aria, rendendo il luogo affascinante e misterioso. In prossimità delle prime colline, lasciamo la strada asfaltata e ci avventuriamo all’interno di una piantagione di alberi del té enorme, percorrendone i filari ed osservando donne che ne raccolgono le foglie, riempendo poco a poco le gerle in juta che portano sulle spalle. Una volta ripreso il sentiero sterrato, incrociamo vari gruppi di donne che scendono verso Namhsan trasportando due enormi sacche piene di té a testa, sorreggendole sulla schiena con l’aiuto di una corda legata alla fronte; copricapi conici le riparano dal sole che a tratti spunta da dietro un cielo coperto da bianche e soffici nubi. C’è inoltre  parecchia gente che scende in paese a piedi o in motorino per acquistare benzina e cibarie. Attraversiamo poi una serie di villaggi dove sorridenti personaggi ci salutano e si stupiscono quando sfoggiamo un po’ del linguaggio Palaung appreso questa mattina, che miracolosamente si è fissato nella memoria nonostante l’ora. Seguiamo una vecchia mulattiera che sale gradualmente, circondata da natura rigogliosa e silenziosa. Il sole si è fatto spazio in cielo; siamo soli nel sentiero per almeno un altra ora fino quando finalmente, dopo oltre 3 ore di cammino durante le quali la temperatura continua ad abbassarsi, arriviamo al monastero di Ton Yu Priè, a piu di 2000mt di altitudine. Lì, nuvole bianche e candide accarezzano le colline, viaggiando veloci spinte da un fresco vento. Un gruppo di cavalli giovani e dall’aspetto curato pascolano in un prato sovrastato da una collina sulla cui cima spicca l’enorme statua di un Buddha seduto a gambe incrociate su di un letto di fiori di loto; veste una tunica marrone e scruta l’orizzonte, rivolto verso nord. Sparsi tra le colline vicine, una serie di stupa bianchi di diverse grandezze; la vallata si presenta a noi vasta, sovrastata da alte montagne che le fanno da sottofondo. Ci avviciniamo allo stupa principale e scorgiamo una monaca dalla testa rasata in tunica rosa, intenta a mettere dell’aglio ad essicare su di una stuoia rossa al suolo; appena ci vede sfoggia un sorriso sincero e fa cenno di avvicinarci. Non parla inglese ma coi gesti ci prega di seguirla; ci conduce ad un edificio...</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><img width="150" height="150" src="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail size-thumbnail wp-post-image" alt="" style="margin-bottom: 15px;" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-150x150.jpg 150w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-75x75.jpg 75w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/buddha-mountain-statue-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></div><p>Mi sveglio di soprassalto, fuori dalla finestra è ancora buio. Guardo il telefono: sono le 5! Mi hanno svegliato rumorosissimi altoparlanti che trasmettono ripetitive litanie che non tendono a cessare. Fa freddo; mi metto uno spesso maglione ed esco a controllare. Pensavo fosse la piccola moschea che avevo visto nelle vicinanze il giorno prima, invece si tratta dei vecchi altoparlanti del tempio buddista in cima al colle, sul quale spicca importante la sua pagoda dorata. Il supplizio finisce alle 6, e visto che i raggi del sole stanno già illuminando il paese, esco a fare colazione in attesa di confermare col mio compagno di viaggio il trek al monastero sulle montagne.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n.jpg" rel="prettyphoto[3536]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-3542" alt="Treck al Monastero" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/231028_10151294273486140_638580886_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>I mercanti stanno aprendo le porte a fisarmonica dei loro negozi, espongono la merce e si preparano per la lunga giornata lavorativa. Nei negozietti di generi vari, coloratissime bustine monodose di shampoo, balsamo per capelli e detersivi vari, nonché caramelline e dolciumi appesi a corde che attraversano le ‘vetrine’, fanno da specchietto per le allodole ad una serie di articoli molto ricercati qui quali saponette, creme sbiancanti, accendini e fiammiferi, profumi e un infinità di piccole scatolette e tubini dal dubbio contenuto. Tutta la mercanzia è caratterizzata da una patina di polvere che ne vela le confezioni, facendole sembrare vecchie ed inappetibili. Un mercante cinese in braghe del pigiama, t-shirt ed un giaccone gabardin gessato mi sorride, mentre al suo lato un carismatico musulmano dalla barba lunga e bianca sta allestendo il suo banchetto. È un riparatore di ombrelli, e sul tavolo ha i ferri del mestiere: pacchi di raggi di varie lunghezze e dimensioni, ingranaggi centrali, viti vitine e bulloncini, scheletri di ombrelli con solo manico e asta centrale, barattoli di grasso ed olio oltre ad una serie di fondamentali cacciavitini di precisione. Ci sorride mentre si rimbocca la giacca a vento, riparandosi da una folata di vento freddo, poi si siede paziente e si mette le mani in tasca, osservando il via vai della strada che si fa sempre più intenso.</p>
<p>Alla sala da té, incontro le due guide di ieri, le quali mi informano che la litania mattutina fa parte della preparazione ad un festival annuale chiamato Tazaungmon, o festival delle luci. Questo culminerà l’indomani nella notte della luna piena e marcherà l’inizio di un mese speciale, il Kahtein, durante il quale i fedeli offrono tuniche nuove alla comunità dei monaci. La litania mattutina continuerà tutti i giorni fino alla fine del festival. I miei amici non si limitano a spiegarmi del festival e, al vedermi attento, mentre bevo un caffé e mangio una frittella mi bombardano di nuovi vocaboli in lingua Palaung, che pretendono che io ripeta nell’immediatezza nonostante io cerca di farmi i cavoli miei, ancora assonnato dalla levataccia. Quando gli dico della nostra intenzione di farci una camminata per le montagne alla ricerca di un monastero in altura, si propongono come guide. Era nostra intenzione contrattarne uno dei due, ma visto la quantità di parole che rigurgitano al minuto, decido di privarmi della loro compagnia e declino educatamente con delle scuse, al ché loro si congedano ed escono alla ricerca di turisti. Ricerca vana, visto che alla guesthouse dove alloggiamo, l’unica di Namhsan, siamo solo noi, una ragazza coreana ed un ragazzo francese. È dura la vita delle guide quassù.</p>
<p>Ci riuniamo alla sala da té e ci  incamminiamo lungo la strada centrale in direzione sud, attraversando la zona della lavorazione del té: dentro ogni casa, pittoreschi personaggi, alcuni dall’aspetto centenario, sono impegnati a separare il le foglie di té buone da quelle scadenti. Vecchietti che sfoggiano coloratissimi costumi tribali passeggiano sorreggendosi ad intarsiati bastoni. Sulla strada, un mare di foglie di té è posto ad essicare su stuoie di bambù intrecciato che poggiano sui marciapiedi e su parte della strada. Queste foglie hanno un odore pungente che impregna l’aria, rendendo il luogo affascinante e misterioso. In prossimità delle prime colline, lasciamo la strada asfaltata e ci avventuriamo all’interno di una piantagione di alberi del té enorme, percorrendone i filari ed osservando donne che ne raccolgono le foglie, riempendo poco a poco le gerle in juta che portano sulle spalle.</p>
<p>Una volta ripreso il sentiero sterrato, incrociamo vari gruppi di donne che scendono verso Namhsan trasportando due enormi sacche piene di té a testa, sorreggendole sulla schiena con l’aiuto di una corda legata alla fronte; copricapi conici le riparano dal sole che a tratti spunta da dietro un cielo coperto da bianche e soffici nubi. C’è inoltre  parecchia gente che scende in paese a piedi o in motorino per acquistare benzina e cibarie. Attraversiamo poi una serie di villaggi dove sorridenti personaggi ci salutano e si stupiscono quando sfoggiamo un po’ del linguaggio Palaung appreso questa mattina, che miracolosamente si è fissato nella memoria nonostante l’ora. Seguiamo una vecchia mulattiera che sale gradualmente, circondata da natura rigogliosa e silenziosa. Il sole si è fatto spazio in cielo; siamo soli nel sentiero per almeno un altra ora fino quando finalmente, dopo oltre 3 ore di cammino durante le quali la temperatura continua ad abbassarsi, arriviamo al monastero di Ton Yu Priè, a piu di 2000mt di altitudine.</p>
<p>Lì, nuvole bianche e candide accarezzano le colline, viaggiando veloci spinte da un fresco vento. Un gruppo di cavalli giovani e dall’aspetto curato pascolano in un prato sovrastato da una collina sulla cui cima spicca l’enorme statua di un Buddha seduto a gambe incrociate su di un letto di fiori di loto; veste una tunica marrone e scruta l’orizzonte, rivolto verso nord. Sparsi tra le colline vicine, una serie di stupa bianchi di diverse grandezze; la vallata si presenta a noi vasta, sovrastata da alte montagne che le fanno da sottofondo. Ci avviciniamo allo stupa principale e scorgiamo una monaca dalla testa rasata in tunica rosa, intenta a mettere dell’aglio ad essicare su di una stuoia rossa al suolo; appena ci vede sfoggia un sorriso sincero e fa cenno di avvicinarci. Non parla inglese ma coi gesti ci prega di seguirla; ci conduce ad un edificio che funge da cucina/sala del monastero. Al suo interno, ci sorprende la vista di due monaci in tunica bordeaux ed infradito, uno anziano e l’altro giovane, i quali ci accolgono come se ci stessero aspettando. Ci sediamo attorno ad un fuoco acceso in una buca del suolo, attorno al quale riposano e si scaldano due gatti infreddoliti, e sul quale si scalda una brocca piena di té nero. La stanza è annerita dalla fuliggine; tutto è scuro già che non ci sono finestre, l’unica luce entra da piccoli lucernari in varie parti del tetto a travi e lamiera ondulata.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n.jpg" rel="prettyphoto[3536]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-3543" alt="Treck al Monastero" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/406896_10151295387636140_387745601_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Stiamo in silenzio; i monaci restano seduti e cercano di intavolare una conversazione col poco inglese che il più giovane riesce a parlare, poi si alzano ed escono, salutandoci. Ci gustiamo la quiete mentre la monaca ci prepara da mangiare nella spartana cucina: del riso ed un curry di pesce salato e speziato all’estremo, nonché delle verdure cotte a noi sconosciute. La sorridente monaca ci fa compagnia finché non abbiamo finito, raccoglie i piatti, li porta in cucina e si dilegua pure lei, lasciandoci soli. È un momento magico; ci sdraiamo sulle panche di legno accanto al fuoco, bevendo té ed osservando i gatti che si litigano lo spazio più vicino al fuoco. Gli vanno cosi vicino che mi sorprende che non si scottino o che il pelo non gli prenda fuoco. Dopo un qualche tuono inizia a piovere: dapprima piano, a goccioline che appena si sentono sulla lamiera del tetto, poi violentemente, con goccioloni che bombardano l’arrugginita lamiera, acqua che si fa spazio tra le giunture della lamiera e penetra dentro alcune zone della stanza, scaglie di fuliggine che si staccano dal soffitto e cadono sporcando il suolo e depositandosi sui nostri maglioni e sulle nostre teste. Ci copriamo con due coperte e ci addormentiamo al suono tamburellante della pioggia&#8230;</p>
<p>Ci svegliamo che fa un freddo boia, l’aria è gelida e ci rendiamo conto di non essere attrezzati per queste temperature. Usciamo e ci portiamo verso un edificio a vetrate dal quale si scorge il Buddha in pietra, ma non più la vallata né i cavalli, ora coperti da nuvoloni bassi e fitti che entrano dalle finestre rotte e dagli infissi malandati. Attendiamo pazientemente che smetta di piovere forte e che l’aria si rischiari, cerchiamo i monaci e la monaca per salutarli e ringraziarli ma sono spariti, così ci incamminiamo. La pioggia va e viene ma lentamente ed inesorabilmente ci bagna tutti i vestiti. Nel fondo della vallata, scorgiamo un piccolo fiume che scorre copioso, e le risaie di color giallo circostanti che contrastano con il verde intenso dell’intorno e con le acque marroni del fiume. Ad un certo punto comincia a piovere così forte che benediciamo la vista di un conglomerato di case spartane in legno, dove ci vediamo costretti a rifugiarci dentro la casa di una famiglia locale molto povera ma incredibilmente accogliente. Il nucleo famigliare è composto da mamma, papà e 3 figlioletti maschi; tutti vestiti di panni improbabili e sporchi, sfoggiano facce sorridenti fuori misura che ci danno un immediato ed indescrivibile calore. Nella casa ci sono almeno una dozzina di persone, tutte molto sorprese della nostra presenza, ma nondimeno incuriosite e felici di avere un diversivo.</p>
<p><a href="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n.jpg" rel="prettyphoto[3536]"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-3544" alt="Treck al Monastero" src="http://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-200x300.jpg" width="160" height="240" srcset="https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-200x300.jpg 200w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-600x900.jpg 600w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-100x150.jpg 100w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n-366x549.jpg 366w, https://asianitinerary.com/wp-content/uploads/2013/11/522221_10151294274241140_676099533_n.jpg 640w" sizes="(max-width: 160px) 100vw, 160px" /></a>Ravvivano la stufa con un po’ di legna e poi ci invitano a sedervi attorno al fuoco. Che bello riscaldarsi ed asciugare i vestiti bagnati fradici. Tra il ridere generale, socializziamo con gli amici della famiglia, cercando di comunicare col linguaggio universale. Ci offrono té e uno snack di ceci e spinaci, oltre a palline di zucchero nero. Noi gli regaliamo quasi tutto quello che abbiamo negli zaini: frutta e biscotti. È il capofamiglia che monitorizza la pioggia, all’esterno; abbiamo proposto di dormire lì se dovesse continuare a piovere forte, dopotutto siamo ad almeno un altra oretta e mezza di cammino da Namhsan e non possiamo marciare sotto l’acqua. Finalmente smette l’acquazzone ed inizia una pioggerellina debole che ci da la forza di ripartire. Ci congediamo dalla gentilissima famiglia quasi commossi dalla loro ospitalità.</p>
<p>Ma non è stata un’idea brillante. Il sentiero è fangoso a dismisura, sabbia e terra nascondono insediosi pietroni che mettono alla dura prova le mie scarpe, che stanno tirando le ultime. La pioggia continua inclemente. Raggiungiamo la periferia di Namhsan che il sole è oramai calato, e raccogliamo la forza fisica e mentale per affrontare gli ultimi chilometri. Sono stanco e spossato, con le ossa che doulono, ma dentro sto maturando una grande soddisfazione per il successo dell’escursione. In paese, i bambini addobbano le entrate delle dimore con file di candele accese e scoppiano rumorosi petardi. Ci concediamo una cena di zuppa di noodles e tofu, seguita da una doccia veloce e da un sigarettino cheerot, prima di abbandonarci, in branda, tra le braccia di Morfeo.</p>
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